venerdì 3 giugno 2011

Manhattan Post: Oceano


Tra gli arrivi dei voli nazionali e il Terminal T3 delle partenze internazionali c’è una navetta di turisti arrossati dal sole romano, signore in paglietta, ragazze in gonna ed infradito, uomini mastodontici in capellini da baseball. Negli sguardi si intravedono Piazza di Spagna e Fontana di Trevi, il Panthèon, il Colosseo e via del Corso. Una valigia di ricordi da sistemare da sistemare nelle credenze di casa e nei comò.

Al check-in mi chiedono l’indirizzo dell’appartamento dove soggiornerò. I controlli di sicurezza sono interminabili. Arrivo al gate che sono ormai le 11. Ci comunicano che l’aereo partirà con qualche minuto di ritardo. Faccio le ultime telefonate di saluti e raccomandazioni. Mi guardo intorno: la vivacità dei bambini e la spossatezza degli adulti, l’attesa dell’inizio e la malinconia della fine diventano metafore di vita. C’è una famiglia di ebrei ortodossi: vestito nero e camicia bianca, leggono, accarezzandosi i cernecchi in simbiosi.

L’A330 della Delta Airlines è pronto. Le procedure di imbarco si svolgono rapidamente. Prendo posto al 27 J, finestrino. Di fianco, Janet, una signora di mezza età di Long Island, occhi chiari e lineamenti delicati. Con sguardo entusiasta mi racconta della sua vacanza italiana: due settimane tra la Capitale e i colli romani.
Alle 12, in un attimo, siamo oltre le nuvole, sorvoliamo la Spagna e ci tuffiamo sull’oceano. Prendo appunti, leggo, chiacchiero con Janet, le parlo della mia isola, della sua cultura, dei suoi costumi e tradizioni, della natura dei sardi.

Nella conversazione interviene Giuseppe, un signore sulla settantina, baffi brizzolati e capellino da baseball. Lo vedo che sorride di un sorriso nostalgico. Mi dice di essere originario di Pattada, un paesino di 5 mila abitanti dell’entroterra sardo. “Ho lasciato la Sardegna quando avevo appena dodici anni e ora vivo oltreoceano da oltre cinquant’anni. Ma il ricordo della nostra terra è sempre vivo nei pensieri. E a volte sogno. Sogno le passeggiate estive con mio nonno per andare in campagna, i pomeriggi a coltivare il campo, il cammino di ritorno a casa al tramonto. Quando il sole tingeva di rosso l’atmosfera e bruciava gli ultimi fili d’erba ancora rimasti”.

Parole che mi riportano all’infanzia, al profumo dell’erba appena tagliata, a quello della sabbia dopo un temporale e del mare in primavera. Al corbezzolo e all’oleandro. Alle vacanze trascorse a Cala Gonone e ai torridi pomeriggi estivi. Alle serate trascorse a giocare in piazza.

Sensazioni che mi accompagnano guardando oltre il finestrino, dove l’azzurro del mare si sfuma nel celeste del cielo. E le nuvole assumono forme strane, disegnano sentieri: montagne di zucchero filato. L’oceano brilla. Un luccichio frenetico. Un concerto di colori.

Di sole e d’azzurro.


Testo e fotografia di Vincenzo Sassu

giovedì 2 giugno 2011

Manhattan Post: Il Mediterraneo, un lago di sogni


Dieci, cinquanta, cento, duecento. Quando l’aereo spicca il volo dall’aeroporto di Alghero, raggiungendo i 300 km/h circa, sono le sette del mattino. Lo fa con grazia, tanto che nemmeno il frastuono dei motori a pieni giri, riesce a destarmi dal torpore in cui ero piombato durante le istruzioni di salvataggio.

Quando apro gli occhi osservo la Sardegna sonnecchiare dall’alto, coperta da una leggera foschia che ne ammanta il paesaggio, rendendolo quasi incantato. Da lassù sembra il frutto di un puzzle complicatissimo di appezzamenti coltivati di terra, di poderi selvaggi e giardini ben curati. Te ne accorgi dai colori: giallo, verde, marrone a seconda della cura con cui sono stati coltivati o dell’abbandono in cui li hanno lasciati.

Oltre le nuvole, il paesaggio assume i colori scintillanti, giovani del mattino. L’azzurro vivo del cielo e il rosso acceso del sole si riflettono sul mare in una scia di luce così intensa, che sembra dividerlo. Un sentiero che si allarga per diventare una pozza di luce, un lago di sogni.

Arrivo a Roma che sono le otto.


Testo e fotografia di Vincenzo Sassu

sabato 7 maggio 2011

Writing about Europe: bringing an elephant in a crystal shop


Is Europe newsworthy?

On the 4th day of the Perugia International Journalism Festival 2011 (15th of April) Italian journalists sat together to discuss European journalism. Victoria Graul, German volunteer and expert in European issues, sums up the gist of the workshop.

“Do you think reporting on the European Union is boring?...The Italian newspapers don’t have many EU information about the European Commission, but young people want many news…Reporting on the European Union institutions is perfect just because there are very few people who know how they exactly run… You should talk about it in a simple way because the European Union’s organization is very complicated”.

Breaking down issues regarding the European Union to an understandable coverage seems to be a tough challenge for journalists. At least the participants in the workshop “Writing about Europe” agreed on that. Gabriele Crescente, one of the founders of the news website presseurop.eu cut right to the chase of the matter when he said that including the European Union in journalism was like bringing an elephant in a crystal shop.

Crescente explains the meaning of his analogy: “Most of the time the reader feels that European institutions are very far from his interests. You have to make him discover that you are talking about his real life but without the institutional touch. And what helps us is that it refers to main stream media work, so it is already tailored on a wider audience than institutional media do”.

Since the Lisbon Treaty the European Union legislature has been once more broadening its influence in each member state. However European citizens seem to show little interest in the matter of the European Union, as the few voter-turnout for the European Parliament in 2009 proves.

Crescente from presseurop.eu explains the tool they use to attract the reader’s attention for European issues: “We can either publish the whole article and translate it into ten languages. In this case the only work you have to do is to pick an article that is telling over a national issue, but that can be interesting to other national readers. Or we can have colored briefs that are mainly what is on the front page of European main newspapers. In this case you have to plunge into the national reality that can be sometimes very far from the average reader”.

The participants of the workshop further discussed the lack of information that European institutions provide to journalists. Succeeding in European journalism means to be prepared. There is one way to be considered: Studying the European Union’s complex apparatus to gain expertise knowledge in European matters.

You can download the Podcast here.


Article and podcast by Victoria Graul (24 years old, Chemnitz, Germany)

Photo: http://www.tomshw.it

venerdì 29 aprile 2011

Ettore Mo in viaggio nell'India di Dominique Lapierre


Ettore Mo, uno dei più grandi inviati della storia del giornalismo italiano, celebre corrispondente di guerra del Corriere della Sera, si è rimesso in viaggio. In questo periodo si trova in India e nel suo ultimo reportage “La battaglia delle navi ospedale per salvare i dimenticati del Gange” ci racconta la storia dei volontari delle isole Sundarbans che lottano contro Aids e tubercolosi.

Nel testo, viene citato Dominique Lapierre, giornalista dalla vocazione missionaria che l’India la conosce meglio di chiunque altro per averci vissuto e dedicato libri di rara intensità come La città della gioia (Mondadori, 1996) e India Mon Amour (Il Saggiatore, 2010). Proprio da quest’ultimo libro, diventato presto un best-seller in tutto il mondo, Ettore Mo prende in prestito una storiella che spiega l’origine dell’impulso all’infinità generosità del popolo indiano.

Nell'episodio Lapierre parla “di una ragazzina tutta ossa e probabilmente affamata cui ha regalato un biscottino e che ora segue mentre s'allontana: «Dopo alcuni minuti - scrive - ho visto un cane scheletrico che le andava incontro. La ragazzina spezzò il mio biscotto in due e ne diede la metà al cane. Rimasi senza parole. L'India m'aveva dato il più bel insegnamento su come condividere le cose”.

Sul sito internet del Corriere è possibile vedere anche il videoreportage realizzato da Ettore e dal fotografo, Luigi Baldelli, che da anni lo accompagna nei suoi viaggi.

Come scrive in un suo reportage, Ettore nasce "da una famiglia povera (il papà operaio, la mamma casalinga, ambedue con la pagella della terza elementare come supremo traguardo scolastico)". Si iscrive alla facoltà di Lingue e Letterature straniere dell'università Ca' Foscari di Venezia, ma decide presto di abbandonare gli studi e mettersi in viaggio. Una lunga peregrinazione che lo porta a lavorare come barista nelle Isole del Canale, come cameriere a Parigi (pelando anche patate a Place de la Sorbonne), infermiere in un ospedale di Londra per malati incurabili, insegnante di francese a Madrid senza averne i titoli e steward in prima classe, facendo per ben due volte il giro del mondo su una nave mercantile della marina britannica. Alla soglia dei trent’anni approda alla sede londinese del Corriere della Sera e, dopo una gavetta durata dieci anni, inizia a lavorare come inviato, coprendo guerre, rivoluzioni e raccontando storie di sofferenza e umanità, di gioia e dolore. Ovunque, dall'Asia all'America Latina. “Una vita randagia” la sua, come racconta nel suo libro Ma nemmeno malinconia (Rizzoli, 2009). A lui è dedicato il numero di aprile dello storico settimanale d'attualità L'Europeo, ora diventato mensile, intitolato “Professione Cronista. L'avventura quotidiana".



Fotografie: Ettore Mo (www.ilreporter.com); Dominique Lapierre (http://libri.forumcommunity.net)

martedì 26 aprile 2011

Quando c'era Tiziano Terzani "twittavano" solo gli uccellini


L’evoluzione tecnologica ha portato il giornalismo a rimettersi in discussione, a modificarsi a fondo e inventarsi nuove identità anche attraverso l’uso dei social media, come Facebook e Twitter, diventati tra gli strumenti più utilizzati nel racconto giornalistico.

Ritornando indietro nel tempo e rileggendo Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia di Tiziano Terzani (Longanesi, 2008) ho trovato un breve messaggio che il celebre giornalista e scrittore spedì al suo capo redattore, Paolo Murialdi.

Eravamo agli inizi degli anni Settanta e, all’epoca, si inviavano gli articoli tramite telex (quando possibile), la “mail” non aveva alcuna “e” davanti e la si poteva stringere tra le mani, “facebook” era solo un libro fotografico di primi piani e “tweettavano” (cinguettavano) solo gli uccelli.

YYROM
: PRIMO GIORNO:
EX TERZANI IN PHNOM PENH
PER MURIALDI

Carissimo,
arrivato sabato. Impossibile spedire prima causa inutilizzabilità del telex. Ogni articolo deve essere affidato a messaggeri che vanno a Bangkok o Singapore, da lì alla Reuters, molta roba va persa. Ti sarei grato di un telegramma di conferma ogni volta che ricevi. Anche grato se tu facessi pubblicare i miei pezzi come sono aggiungendo le notizie della giornata a parte. Attenti alle agenzie che drammatizzano o inventano. Saluti anche da Bernardo. Tiziano


Il Giorno, 14 agosto 1973


Tiziano Terzani lavorò per oltre trent’anni in Oriente per il Der Spiegel, il Giorno, l’Espresso, la Repubblica, Il Messaggero e il Corriere della Sera. Chi fosse interessato alla sua vita può visitare l'esposizione fotografica a lui dedicata, "Tiziano Terzani. Clic! Trent'anni in Asia", in corso a Roma fino al 29 maggio 2011.

fotografia: www.enel.it

venerdì 22 aprile 2011

Le voci del Festival

Il Festival di Giornalismo di Perugia è terminato qualche giorno fa. Un momento di confronto professionale tra i grandi che l'informazione la fanno da anni e i giovani che vorrebbero farla, seguendo magari le loro orme.

Tra questi c'è Daniele Zibetti, studente della Cattolica di Milano, e appassionato di giornalismo e fotogiornalismo.

A Perugia, Daniele ha incontrato il suo "modello": Giorgio Fornoni, un viaggiatore che ha vissuto per l'incontro con l'Altro. Un reporter "vecchio stile", autore di Ai confini del mondo, un libro e Dvd che racconta "il viaggio, le inchieste e la vita di un reporter non comune". Giorgio è un bergamasco nato per dar voce a chi non ce l'ha. Proprio come sogna di fare Daniele che, nell'ultimo post del suo blog "Mosaico", ha pubblicato i "tasselli" del Festival: alcuni delle frasi più significative pronunciate durante gli incontri di Perugia.



“Una profonda voglia di scoprire ciò che succede nelle stanze del potere e durante le guerre.”

Riccardo Noury, direttore di Amnesty International Italia

“La potenza del fumetto è la sua capacità di sintesi. E’ immediato perché contiene in sé due linguaggi in uno.”

Elisabetta Benfatto

“Andare dove è difficile raccontare e costringere i nostri Paesi ad entrare in queste dimensioni è un dovere morale.”

Emilio Casalini

“Mentre in Egitto e Tunisia è la dittatura che va eliminata, nel mio Paese, l’Iran, è la religione che va allontanata dalla vita sociale.”

Reza Ganji, fotogiornalista iraniano

“L’immigrazione è come il vento. Possiamo chiudere le finestre ma quando diventerà più forte le sfonderà ed entrerà comunque.”

Sandro Provvisionato

“Io sono un tecnico, racconto i fatti… ma vaffanculo! C’è della gente che muore!”

Jacopo Fo

“You’re from Al-Jazeera? Ok. You’re under arrest. And why? We don’t know. Oh… yeah… maybe we know why!”

Laith Mushtaq

“Mi ricordo di quelli che avevano il fuoco dentro, perchè il fuoco dentro è qualcosa che nessuno ti dà!”

Giuseppe Smorto

“L’informazione mangia lo spettacolo, lo spettacolo mangia la politica e il bunga bunga s’è mangiato tutto quanto!”

Luca Telese

“Censurare siti internet è permesso in pochissimi stati nel mondo… come Cina, Iran e Italia…”

Marco Calamari

“Gli imbecilli sono distribuiti uniformemente in tutte le categorie umane.”

Marco Calamari

“Nemmeno io farei domande a me stesso, se mi vedessi!”

Vauro

“Calderoli: «La Padania e il Mezzogiorno prima di Garibaldi stavano benissimo!» È una cazzata pazzesca!”

Sergio Rizzo

“Ora infangateci tutti!”

Roberto Saviano

“Perché, tu non hai mai leccato il culo a tua moglie?”

Giuseppe Cruciani a Luca Telese

“La ‘Ndrangheta si arrabbia con noi perché facciamo venir meno l’omertà.”

Pierpaolo Bruni

“Gli italiani dovrebbero tornare ad avere senso critico, a verificare i fatti: nonostante varie carte, regolamenti e codici deontologici, manca tutto ciò.”

Carlo Gubitosa

“L’anomalia del berlusconismo è talmente anomala da non essere risolvibile.”

Ezio Mauro

”È importante che il giornalista vada nei posti dove è difficile andare, è un’importanza quasi etica.”

Emilio Casalini

“Chiedere all’oste se il vino è buono, credendo che meglio di lui non lo sappia nessun altro.”

Giorgio Meletti

“Dopo esser riusciti a rompere le barriere bisogna soffermarsi sulla realtà.”

Gianni Riotta

“Tutto ha un prezzo, ma il prezzo più grande sono i danni causati e subiti. I giornalisti devono essere liberi e il giornalismo deve puntare sulla qualità delle informazioni.”

Mort Rosenblum

“Non solo il giornalismo non è destinato a morire nel XXI secolo, ma sarà sempre più un’infrastruttura portante delle nostre imperfette democrazie.”

Carlo De Benedetti

“Per far cadere il Governo, non siete d’accordo sul fatto che basterebbe infiltrare un po’ di omosessuali a Palazzo Chigi?”

Nichi Vendola

“Questo è il lavoro più bello del mondo. Incontri situazioni diverse, realtà umanitarie. Ma è nella sofferenza che incontri la vera natura dell’uomo, dove non si può barare. Bisogna raccontare queste realtà affinché il mondo le conosca.”

Giorgio Fornoni

giovedì 7 aprile 2011

Una volta sognai



La poetessa Alda Merini dedicò questa meravigliosa poesia a Lampedusa in occasione dell'inaugurazione della Porta d'Europa, monumento di Mimmo Paladino installato sull'isola che ricorda tutti i migranti che, affrontando interminabili avversità, giungono sulle coste dell'isola alla ricerca del sogno di una nuova e più dignitosa esistenza.

Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d’avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell’amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.
Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell’acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell’acqua.

Alda Merini


Porta d'Europa è un monumento di Mimmo Paladino installato a Lampedusa

L'immagine di Alda Merini è tratta dal blog di Mario Palmieri. La fotografia della Porta d'Europa è pubblicata invece nell'account flickr di Amemainda

martedì 5 aprile 2011

"La mia vita in uno scatolone"


«Quel poco che è riuscito ad avere di casa sua, dove sono morte la moglie Claudia, sua coetanea, e la figlia Fabrizia, di 9 anni, sta tutto dentro due scatoloni: “Non sono nemmeno grandi. Saranno un metro cubo al massimo. Ma per me hanno un’importanza immensa. Rappresentano il filo di continuità della vita di adesso con la vita di prima. I sapori, gli odori, le immagini di una vita che non c’è più. Il resto te lo tieni dentro. Ricordandotelo nel modo più bello possibile. C’è qualche gioco di Fabrizia, una foto di matrimonio dove è andato via il margine e siamo rimasti solo io e lei. La chitarra di mia moglie. La chitarra che avevamo regalato a Fabrizia. Sembra poco. Ma non sono cose inanimate. Chi ha perso i suoi cari in un incidente può tornare tra le sue cose. Noi no. Non abbiamo più nulla. Un peluche o un ciondolo hanno un valore immenso, perché ti legano all’altra vita. Poi il resto ce l’hai dentro. Cerchi di vivere. Cerchi di far sì che la vita di tuo figlio, che è la cosa più importante per me, sia quella che la mamma voleva per lui”.

Vincenzo Vittorini, chirurgo di 47 anni, rimase sette ore sotto le macerie della palazzina di via XX Settembre crollata dopo il sisma che colpì l’Aquila il 6 aprile 2009. Insieme ad altri familiari di vittime del terremoto ha creato la "Fondazione 6 aprile per la vita":


“Non solo per condividere il dolore immenso. Ma perché vorremmo che da quella notte maledetta partisse un progetto di vita. Non solo per ricordare chi non c’è più. Ma per far sì che questo paese capisca che serva una cultura della prevenzione. Perché 309 persone morte, non sembra ma sono tante. Sono una città. E allora noi piangiamo, perché per noi il 6 aprile è tutti i giorni, ma dobbiamo fare in modo che altri non piangano. E questo vale anche per la ricostruzione. Non deve essere una ricostruzione di belle mattonelle, ma una ricostruzione sicura”».


Fonte: Il Corriere della Sera (05/04/2011)
Fotografia: www.ambienteambienti.it

giovedì 3 marzo 2011

Giornalista sul barcone per Lampedusa

L'inviato della tv tedesca Rtl, Jenke von Wilmsdorf, è partito da Zarzis, profondo sud tunisino. Ha percorso chilometri per arrivare sulla costa e imbarcarsi in un peschereccio. Ieri è sbarcato a Lampedusa dopo 48 ore di navigazione insieme ad altri 345 immigrati. Questo è il giornalismo che, con umiltà e serietà, svolge la sua funzione primaria e più importante: andare, vedere, raccontare.

In questo video troverete l'intervista al reporter realizzata dopo lo sbarco da Sky TG24.



fotografia: blog.panorama.it

domenica 27 febbraio 2011

El Futuro del Periodismo



Sul sito del quotidiano "El Pais" potete trovare il video di un interessante dibattito in spagnolo tra i direttore del "New York Times", "The Guardian", "Der Spiegel, "Le Monde" sulle conseguenze prodotte dai cablogrammi diffusi da Wikileaks sui rapporti diplomatici con gli Stati Uniti e sul valore e l'influenza del web e delle nuove tecnoligie nelle rivolte arabe.

Questo è il link: Debate sobre el futuro del periodismo

Fonte: wwww.elpais.com

mercoledì 16 febbraio 2011

La rivoluzione del Web


February 11th 2011 belongs to the people of Egypt, as they celebrate their victory in their struggle for democracy and human rights - L'11 febbraio 2011 appartiene all'Egitto che celebra la sua vittoria nella lotta per la democrazia e i diritti umani

lunedì 14 febbraio 2011

Violenze e torture. Ong accusa: "Migliaia di oppositori sequestrati dall'esercito"


L’esercito egiziano ha sequestrato in segreto centinaia, forse migliaia, di oppositori governativi, scesi in piazza per animare le proteste contro il Presidente egiziano Hosni Mubarak che stanno sconvolgendo il Paese dal 25 gennaio scorso. A dichiararlo al quotidiano britannico The Guardian sono alcuni dimostranti ed associazioni per la difesa dei diritti umani come Human Rights Watch, che imputano agli uomini delle forze armate di essere responsabili di scomparse, torture e abusi. I militari respingono categoricamente le accuse, ma un attivista di Human Right Watch, Joe Stork, raggiunto telefonicamente al Cairo dichiara: “Ci sono stati alcuni casi di persone che ci hanno rivelato di essere state torturate dalla polizia e dall’esercito. D’altronde, quello della tortura rappresenta un grande problema in Egitto, adottata dall’esercito, dalla polizia e dai servizi segreti. Al riguardo, Human Rights Watch ha diffuso recentemente un documento sugli abusi nelle prigioni egiziane. Nessuno però si assume la responsabilità di questi terribili atti e le autorità non investigano né puniscono le persone responsabili”.



Secondo l’organizzazione non governativa internazionale, con sede a New York, sono decine le famiglie che denunciano la scomparsa dei propri cari finiti nelle mani dell’esercito. Le persone rilasciate dichiarano invece di essere state vittime di abusi fisici, alcuni perpetrati all’interno del Museo Egizio, a pochi passi dall’epicentro delle proteste: piazza Tahrir. Tra loro c’è Ashraf, un ragazzo di 23 anni, intervistato dal The Guardian: “Ero per strada e un soldato mi ha fermato chiedendomi dove andassi. Mi ha accusato di lavorare per i nemici stranieri, poi sono accorsi altri soldati e hanno iniziato a picchiarmi con le armi”. Ashraf racconta di essere stato trasportato con le mani legate dietro il Museo Egizio in una zona sotto controllo militare: “Mi hanno messo in una stanza. Un ufficiale è arrivato e mi ha chiesto da chi fossi pagato per essere contro il governo. Quando ho detto che avrei voluto un governo migliore, mi ha colpito in testa facendomi cadere a terra. Poi i soldati hanno iniziato a prendermi calci, anche in mezzo alle gambe”. Il ragazzo racconta di essere stato intimidito con una baionetta e minacciato di essere violentato. “Mi dicevano che sarei potuto morire lì o sparire in una prigione senza che nessuno lo sapesse. La tortura era dolorosa ma l’idea di sparire in una prigione militare era terrorizzante”. Ashraf rivela anche di essere stato picchiato per ore prima di venire rinchiuso in una stanza con decine di uomini, tutti gravemente torturati. Rilasciato dopo 18 ore, gli viene intimato di non recarsi più a piazza Tahrir. Per Human Rights Watch l’esercito, che aveva mantenuto apparentemente un atteggiamento neutrale, starebbe mettendo in atto una vera e propria campagna intimidatoria. Al momento l’organizzazione parla di 119 arresti ma non esclude altri casi ancora sconosciuti, non solo al Cairo ma in tutto il territorio nazionale.



Articolo di Vincenzo Sassu
Fotografie pubblicate da New York Times, Leaksources.wordpress.com, TNT Magazine

venerdì 11 febbraio 2011

Sistematici attacchi ai giornalisti


“Furti, violenze, arresti arbitrari, linciaggi. La lista delle aggressioni ai giornalisti attuata dai militanti di Mubarak non fa che allungarsi di ora in ora. Aggressioni che hanno un carattere sistematico e concertato”. Il segretario generale di Reporters sans Frontières, Jean-François Julliard, condanna gli attacchi che i reporter di tutto il mondo stanno subendo in Egitto, mentre cercano da giorni di raccontare l’evoluzione imprevedibile degli eventi. Le cifre che arrivano all’organizzazione internazionale francese, impegnata per la tutela della libertà di stampa nel mondo, sono drammatiche: 26 giornalisti aggrediti, 4 casi di materiale confiscato (telecamere, macchine fotografiche), una redazione attaccata, 19 giornalisti arrestati. Venerdì, il primo morto. Si chiamava Ahamad Mohamed Mahmoud, lavorava per il quotidiano Al-Ta'awun ed era stato colpito alla testa da un cecchino nella zona di Qasr al-Aini, nei pressi dell’epicentro delle rivolte: piazza Tahrir.



Nei giorni scorsi, anche il Dipartimento di Stato americano ha denunciato “una campagna per intimidire i giornalisti e rendere impossibile il lavoro in Egitto”, invitando le autorità a liberare tutti gli arrestati. Un regime quello di Hosni Mubarak che, attraverso i suoi sostenitori, sta prendendo di mira i media, accusandoli di aver destabilizzato l’Egitto e fomentato le proteste contro il Presidente. Sono arrivati da tutto il mondo i reporter che stanno coprendo le vicende egiziane e condividono storie di aggressioni, arresti e violenti interrogatori. Sahar Talat corrispondente in Egitto della redazione spagnola di Radio France Internationale racconta ad esempio di essere stato accerchiato, colpito dalla folla e accusato di essere una spia di Al Jazeera. Rubert Wingfield-Hayes della BBC dice invece di essere stato attaccato da alcuni militanti mentre guidava in una via del Cairo, portato al cospetto della polizia, bendato ed interrogato, prima di essere rilasciato dopo qualche ora. Secondo l’agenzia di stampa turca Anatolia, un giornalista di Fox Tv Turchia, il suo cameraman e l’autista sono stati rapiti e minacciati con dei coltelli mentre filmavano le manifestazioni ed in seguito liberati dalla polizia egiziana. Anche uno dei giornalisti americani più conosciuti, Andersoon Cooper della CNN, racconta di essere stato inseguito dalla folla, che poi ha distrutto i filmati che aveva girato. Nella mattinata di venerdì vengono arrestati anche i nostri colleghi Michele Giorgio del Manifesto e Giovanni Porzio di Panorama: bloccati da una banda di giovani armati di coltelli, vengono poi consegnati ai militari e alla polizia, e rilasciati.



Ad accusare le autorità egiziane di mettere “a tacere le voci del popolo egiziano” è anche Al Jazeera, a cui già dal 30 gennaio scorso era stato vietato di coprire le rivolte contro il Presidente Mubarak. L’emittente satellitare del Qatar, oltre a venire censurata dal governo, che ne ha chiuso le trasmissioni, ha subito anche gli assalti di “bande di delinquenti” che hanno dato fuoco ai suoi uffici nella Capitale egiziana, prima dell’arresto del direttore e di un suo giornalista. “Sembra che nel Cairo non ci sia più un luogo dove i giornalisti stiano al sicuro. Il potere egiziano deve considerarsi responsabile di una politica aggressiva di tale portata” commenta Julliard, che invita “la comunità internazionale ad esprimere una posizione forte ed unanime di condanna”, tirando le conclusioni dagli incidenti accaduti fino ad ora per l’applicazione di eventuali sanzioni.



"Io giornalista sotto assedio". La testimonianza del reporter e fotografo Alfredo Macchi inviato in Egitto

Articolo: Vincenzo Sassu
Fotografie: Associated Press Agency (published by The Kansas City Star)

venerdì 7 gennaio 2011

La bolla celtica



Quartieri fantasma con case invendute, famiglie indebitate, disoccupazione. L'Irlanda fa i conti con la crisi dopo il boom degli anni Novanta mentre il governo vara una dura politica di austerity.

DUBLINO. “Welcome to the hell”. La scritta campeggia sulla parete di un immenso scheletro di cemento, un parallelepipedo di cinquanta metri di altezza per trenta di lunghezza, che sovrasta la strada più trafficata di Stillorgan, zona residenziale a venti minuti di tram dal centro di Dublino. È proprio camminando per Stillorgan e per gli altri quartieri fantasma della capitale irlandese, fatti di case costruite e rimaste invendute o mai terminate, che si percepisce l’esatta proporzione di quanto sta vivendo l’Irlanda, tra gli stati europei più colpiti dalla crisi economica, assieme a Portogallo, Grecia e Spagna.

Dopo essere stata tra le nazioni più povere del continente, in un decennio, era arrivata a raggiungere il secondo reddito pro-capite più alto d’Europa. Un boom, quello degli anni Novanta, che le valse il soprannome di “Tigre Celtica” per la crescita economica simile alle “tigri asiatiche”. In quel periodo, precedente alla crisi scoppiata nel 2008, l’Irlanda attraeva investimenti stranieri, soprattutto americani, sedotti da una politica fiscale molto comprensiva (un prelievo del 10%, ora il 12, rispetto al 35 degli Stati Uniti) e lasciava che i suoi abitanti si indebitassero fino all’inverosimile: «È stato un periodo incredibile dove pensavamo che tutto fosse possibile. Noi, che per anni siamo stati tra i paesi più poveri d’Europa e per questo costretti spesso ad emigrare per lavoro, abbiamo scoperto il benessere e vissuto come non eravamo abituati a fare. Ma, pensandoci a posteriori, era normale che non potesse durare. E le conseguenze di quella “sbornia” le stiamo pagando ora», racconta Philip, gestore di una tavola calda nella zona di Stillorgan. È l’ora di pranzo e la sala è quasi vuota. «Un tempo lavoravo fino a pomeriggio inoltrato servendo una portata dopo l’altra» racconta, ricordando i fasti di un passato non troppo lontano, prima di osservare con tristezza la desolazione dei tavoli ancora immacolati e le pietanze ormai fredde disposte nel bancone, «a metterci in crisi sono state le tante imprese che hanno lasciato la zona ma anche altri quartieri città. Passeggiando per il centro di Dublino non si vedono che cartelli con la scritta “To Let”, affittasi, appesi davanti ai palazzi. Impensabile fino a due anni fa dov’era difficile perfino trovare una stanza da prendere in locazione».



Stillorgan rappresenta uno di quei quartieri che hanno beneficiato dei soldi facili dell’ultimo decennio investiti in appartamenti ed uffici. Un boom che ha interessato tutto il Paese ma soprattutto Dublino se si pensa che negli anni 2000 venivano costruite circa 90-95 mila abitazioni l’anno, rispetto al livello fisiologico stimato sulle 30-40 mila unità. Lavori finanziati praticamente a costo zero dalle banche, dissanguate poi dalla crisi del mercato immobiliare che ha visto crollare i prezzi del 45%. Una situazione che ha portato l’Irlanda del liberismo sfrenato ad un deficit del 32%. Che il primo ministro, Brian Cowen, del partito di governo centrista Fianna Fail ha recentemente promesso di riportare alla soglia del 3% entro il 2014. Ma l’impresa sarà ardua e anche i più ottimisti vedono la ripresa più lontana, nonostante i primi mesi del 2010 abbiano visto l’Irlanda uscire dalla recessione con una crescita del Pil del 2,7% nel primo trimestre. «Sono convinto che presto il Paese si risolleverà», dice Valerio Potì, economista italiano, insegnante alla City Dublin University. Viene da Lecce, laureato alla Bocconi di Milano e nel suo curriculum vanta esperienze come ricercatore in Austria, Irlanda del Nord e Stati Uniti. Da anni vive in Irlanda e conosce bene il Paese, lo spirito dei suoi abitanti. Perciò è convinto che se «i tassi rimanessero bassi e il dollaro debole», l’Irlanda presto si riprenderà. Al momento però la situazione che attraversa l’isola è molto difficile: il debito collettivo di famiglie e imprese è a quota 888 miliardi, quasi il triplo rispetto alla media europea, il tasso di disoccupazione è salito dal 4,6% al 14% e tutti i salari sono stai tagliati del 10%. Oggi lo stipendi medio è di 10-12 euro all’ora (lordo) e la paga minima è di 8 euro (lordo). «Sono sposato, ho tre figli, e da mesi non trovo un lavoro», racconta Ted che, prima di essere licenziato, lavorava in uno dei migliori hotel della Capitale. Ora riceve un sussidio di disoccupazione, recentemente ridotto dal governo, ma riesce a campare la famiglia con difficoltà. Mentre parliamo in O’Connell Street, davanti a Pennies, tra i negozi più economici della Capitale, spesso guarda le figlie, Stephany e Tessa, di sei e quattro anni, accarezzando loro i capelli. «Ci stiamo privando anche dei beni essenziali pur di risparmiare qualcosa e non far mancare niente alle bambine. Io intanto sto cercando di trovare un’occupazione anche in altri settori, ma il mercato al momento è bloccato».



Come Ted ci sono altri 500 mila disoccupati in Irlanda che rispetto ad una popolazione di 4,2 milioni di persone hanno il loro peso. Persone sfiduciate che non credono nei governanti e nelle istituzioni che rappresentano. «Il governo ancora non ha fatto niente per stimolare la crescita economica, ha cercato di ridurre il prima possibile il deficit e salvare le banche che, con la loro condotta scellerata, ci hanno portato alla condizione in cui stiamo», dice un ex professore di filosofia in pensione, intervenendo ad un incontro organizzato a Dublino dal Worker’s Party of Ireland.

Il mancato stimolo alla crescita economica pesa come un macigno su un governo che per tenere a galla l’economia nazionale e salvare le banche ha disposto una rigida politica di austerity con un aumento delle tasse ai cittadini, il taglio delle spese pubbliche e di tutti gli stipendi del 10%. Quest’anno le entrate fiscali toccheranno quota 32 miliardi di euro, ma il governo ne spenderà 50 per salvare le tre banche più importanti, l’Anglo Irish Bank, l’Aib e la Bank of Ireland, così in tanti si chiedono dove verranno trovate le risorse per finanziare il settore scolastico, quello sanitario e statale. Il ministro delle Finanze, Brian Lenihan, intanto ha cancellato le aste dei titoli di stato e sostenuto che il debito è coperto fino al 2011, ma la gente non si fida e teme che il denaro pubblico venga utilizzato unicamente per salvare gli istituti bancari. Secondo i sondaggi l’83% dei 4,3 milioni di irlandesi non ha fiducia nel piano impostato dal governo. Ed ora anche da Bruxelles, che pure aveva salutato positivamente la politica dei tagli disposta dal governo irlandese per ridurre il debito, arriva un duro colpo. Ad assestarlo è il commissario europeo agli Affari monetari, Olli Rehn, che chiede di cancellare la mini-aliquota del 12,5% sui profitti di ogni tipo di impresa. Un privilegio fiscale che ha incoraggiato gli investimenti stranieri, dai quali è dipesa in gran parte la crescita dell’Irlanda e su cui si punta anche per la ripresa. Per rimettersi in sesto l’Irlanda farà infatti appello a chi non è stato toccato dalla crisi: le circa 800 multinazionali presenti nel Paese, tra cui Intel, Microsoft a Google. Proprio il motore di ricerca americano ha il suo quartier generale europeo a Dublino e da lì ha lanciato la sua sfida a Facebook con tecnologie messe a punto nella capitale irlandese.



Gli analisti indicano proprio il campo delle telecomunicazioni come uno dei settori in cui investire per il futuro dell’Irlanda, che dovrebbe anche riscoprire antiche e moderne vacazioni come l’agricoltura, le biotecnologie, i servizi finanziari e puntare sulle esportazioni, già a quota 13 miliardi di euro, che costituiscono più del 50% del prodotto interno lordo nazionale, una percentuale maggiore di quella tedesca. Secondo il quotidiano finanziario americano Wall Street Journal la ripresa economica dell’isola potrebbe arrivare anche dall’indebolimento dell’euro. L’Irlanda rispetto agli altri stati europei infatti esporta gran parte della propria produzione chimica, tecnologica e alimentare in Stati Uniti e Gran Bretagna. Questo permette di massimizzare i benefici della flessione della moneta unica europea che, dall’inizio dell’anno, ha perso circa il 15% contro il dollaro e l’8% contro la sterlina. Oltre al quadro incoraggiante delle esportazioni, a far ben sperare ci sono anche il crollo dei prezzi e dei salari che stanno stimolando le aziende straniere ad investire in Irlanda.

Ma se il Paese vuole uscire dalla crisi, deve fare appello alla sua gioventù, una delle più istruite d’Europa, ma anche tra le più pessimiste riguardo al futuro: il 70% ritiene che il peggio debba ancora venire. Ragazzi sfiduciati quelli irlandesi, proprio come Simon, un ventiseienne laureato in Economia, dottorando di ricerca all’ultimo anno. «Mio padre ha perso il lavoro. Era un insegnante di inglese in una scuola per stranieri. Riesco a portare avanti gli studi grazie ai risparmi messi da parte e alle borse di studio. Ma ho già deciso che, non appena concluderò il dottorato, andrò in cerca di lavoro in Canada o in Australia, aree appena sfiorate dalla crisi. Ho già preso contatti con delle aziende del posto e non appena ho la certezza di un’assunzione faccio il biglietto e parto». E come lui hanno la valigia pronta anche tanti altri giovani disposti a lasciare il propria terra per andare in cerca di fortuna all’estero. Almeno finché la “Tigre celtica” non tornerà a ruggire.



Fotografie e testi di Vincenzo Sassu

martedì 20 luglio 2010

Cassintegrati dal carcere



Dal 24 febbraio gli operai della Vinyls hanno occupato l'ex penitenziario dell'Asinara. E la loro vertenza è diventata simbolo delle lotte di tutta l'isola

Uno specchio, un lavandino dove scorre acqua non potabile e un piccolo armadio. La cella numero 1 dell’ex carcere di Cala d’Oliva dell’Asinara è rimasta come tredici anni fa, quando il detenuto, che l’aveva occupata per venticinque anni per aver ucciso la moglie, la lasciò. In questa stanzetta, due metri per tre, da oltre due mesi, dorme Pietro Marongiu, 57 anni, cassaintegrato della società chimica Vinyls. «Il periodo più difficile è stato all’inizio, quando siamo sbarcati nell’isola», racconta seduto sul letto. «Certe notti di vento, il grecale gettava acqua a secchiate all’interno della cella. Ma, nonostante le difficoltà, non abbiamo mai pensato di lasciare l’Asinara. Siamo qui per le nostre famiglie e i giovani. Perché anch’io finii in cassa integrazione quando ero un padre poco più che trent’enne e so cosa significa non portare a casa lo stipendio per mesi».



Le sue parole danno voce ad Antonio, Emanuele, Gianmario, Antonello, Gianni, Tino, Amedeo e a tutti gli operai della Vinyls che vivono nell’Asinara dal 24 febbraio scorso, per dare un futuro ai propri figli e vivere con dignità. E in quest’isola, diventata il simbolo della lotta per il lavoro, trascorreranno la festa del Primo Maggio, invitando lavoratori in difficoltà, famiglie, persone solidali ad unirsi a loro: «Perché stiamo lottando per difendere i nostri diritti e quelli di tutti i lavoratori italiani in difficoltà». All’evento parteciperanno anche gli esponenti regionali dei sindacati e le delegazioni operaie di imprese in difficoltà come Eutelia, Electa, Alcoa, Eurallumina, Rockwool. «Celebrare la festa del Primo Maggio nel parco naturale dell’Asinara è un segno importante di solidarietà e vicinanza a chi lotta per il lavoro», spiega uno dei promotori dell’evento, Vincenzo Tiana, responsabile sardo di Legambiente. Così la pensa anche Silvio Lai, presidente regionale del Partito Democratico: «Sarà un evento significativo per tutta la Sardegna che soffre oltremodo la crisi economica che sta mettendo in difficoltà tutto il Paese senza possibilità immediate di rilancio».



Saranno centinaia le persone ad arrivare da tutta la Sardegna, una terra che vive il dramma di chi ha perso o sta perdendo il lavoro per un tessuto industriale fragile costituito da grandi società italiane e multinazionali estere che, sospinte dal vento della recessione globale, stanno decidendo di chiudere i battenti e far calare il sipario sull’isola. Ma i lavoratori sardi non ci stanno e danno battaglia in tutte le zone, da quella mineraria meridionale del Sulcis Iglesiente alla provincia di Sassari, nel nord. Nei mesi scorsi a manifestare erano stati gli operai dell’Alcoa, che lavorano ancora nell’attesa di una pronuncia definitiva di Bruxelles sul decreto legge governativo riguardo alle agevolazioni energetiche che dovrebbe convincere la multinazionale americana a non abbandonare la Sardegna. Ora ci sono gli operai della Vinyls che, dopo mesi di proteste in tutta la provincia, occupando l’Asinara hanno imposto la loro vertenza alle cronache nazionali. Perché non era bastato manifestare per le strade, andare sui tetti ed occupare le fabbriche per render noto il loro disagio, di famiglie che non sanno più come sopravvivere tra bollette e affitti da pagare, ragazzi da mandare a scuola, da sfamare. Affinché ci si accorgesse di loro hanno deciso allora di lasciare casa, di salutare moglie e figli ed occupare uno dei tredici carceri dell’isola, dove Falcone e Borsellino prepararono il maxi processo alla Mafia.



Solo così, con l’arrivo nella piccola isola in cui erano detenuti pericolosi banditi, assassini, brigatisti e mafiosi, la vertenza Vinyls ha varcato i limiti della realtà locale per diventare un affare nazionale e non solo, perché grazie ad un’abile campagna comunicativa su Internet e sul social network più celebre al mondo, Facebook, la vicenda dell’“Isola dei Cassintegrati” la conoscono ormai in Europa e oltreoceano. «Ci chiamano dalla Spagna, dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania. Si sono interessati a noi perfino dalla Australia e dal Canada. La solidarietà ricevuta ci commuove, aiutandoci ad andare avanti. In quest’isola siamo diventati un punto di riferimento e invitiamo tutti i lavoratori in difficoltà ad unirsi a noi». Mentre Pietro parla, interviene un signore, cappelli bianchi e viso incorniciato da una fitta barba bianca, sbarcato all’Asinara con la famiglia per sostenere gli operai: «Voi siete il simbolo della Sardegna e dell’Italia che lotta per il lavoro, non mollate».



Non molleranno i lavoratori della Vinyls, finché gli impianti di produzione della filiera del cloro non riapriranno i cancelli, chiusi ormai da mesi a causa del blocco da parte di Eni della fornitura di materie prime necessarie per la produzione del Pvc. In realtà Eni si era già impegnata nel novembre scorso a fornire l’etilene e il dicloretano all’ex azienda di Fiorenzo Sartor attiva a Porto Torres, Porto Marghera e Ravenna. Ma la società, ora in amministrazione straordinaria, non aveva ottenuto le fideiussioni necessarie dagli istituti di credito. Qualche mese fa è entrato però in scena un nuovo attore, la Ramco, multinazionale del Qatar, che sta trattando per l’acquisizione degli impianti. Tutti sono in attesa della chiusura della vertenza. Uno snodo importante potrebbe essere stato quello del 24 aprile scorso quando sono state aperte le buste del bando internazionale per l’affidamento degli impianti Vinyls. Dopo mesi di trattative la Ramco ha infatti formalizzato l’interesse all’acquisto degli impianti della Vinyls di Porto Marghera, Porto Torres e Ravenna. Al momento i cassintegrati sono però soddisfatti a metà: «Avremmo preferito che Eni si presentasse al bando, sbaragliando la concorrenza e prendendo tutto in mano. E questo doveva imporlo il governo, perché il ministero del Tesoro è il suo maggiore azionista e l’amministratore delegato viene nominato direttamente dal Consiglio dei ministri».



Intanto l’Italia vive un momento cruciale per il futuro della chimica. Quella dei cloro derivati è infatti una produzione strategica per l’intero compatto chimico nazionale, un settore nel quale per lungo tempo il polo di Porto Torres è stato all’avanguardia. Se la vertenza non venisse risolta a perdere il lavoro sarebbero in tanti. Perciò i cassintegrati dell’Asinara non molleranno, così come i dipendenti delle cooperative associate alla Vinyls. Perché finché gli impianti di produzione del Pvc di Porto Torres rimarranno chiusi, anche per loro non ci sarà lavoro. Tra questi c’è Antonello Pinna, 53 anni, cassintegrato della Eurocoop, società che si occupa della rifinitura del materiale prodotto dalla Vinyls. Sposato, padre di quattro figli, ha lasciato la famiglia e vive all’Asinara da circa un mese. È un uomo vispo, dalla battuta facile, che dietro l’apparente allegria, nasconde l’inquietudine di mesi trascorsi senza un centesimo di stipendio e i soldi della cassa integrazione che arrivano a singhiozzo. «Di recente siamo stati costretti anche a chiedere all’IACP una riduzione dell’affitto, perché non riuscivamo più a pagarlo. Anche mia moglie non ha un lavoro e, per riuscire ad andare avanti, abbiamo dovuto chiedere un aiuto economico al nostro figlio maggiore».



La cella numero 4 è occupata da Antonio Salaris, 26 anni e Piera Virdis. La loro storia d’amore è iniziata nel 2004, quando Piera aveva appena diciotto anni. Avrebbero voluto sposarsi quest’anno, ma Antonio, dipendente della Vinyls è in cassa integrazione da mesi. «Per fortuna non avevamo ancora versato alcun anticipo per il matrimonio, altrimenti non so come avremmo fatto. Stiamo anche cercando di costruirci la casa, ma i lavori sono fermi perché non possiamo più permetterci di pagarli», racconta Piera, parrucchiera disoccupata, che sogna di aprire uno studio tutto suo. «Chissà se potrò mai permetterlo…», dice sospirando. La vicenda del suo ragazzo, Antonio, è iniziata invece il 18 novembre scorso quando, disperato, decise di salire sul tetto di un palazzo con altri due colleghi per chiedere il rinnovo del contratto di lavoro. Da allora, la sua battaglia l’ha portato, con altri colleghi, ad occupare la Torre Aragonese di Porto Torres e sbarcare all’Asinara il 24 febbraio scorso. «La cosa più difficile è stato l’arrivo. Faceva freddo, pioveva. Eravamo soli, isolati da tutto. Ma l’affetto della famiglia, degli amici e la solidarietà ricevuta ci hanno dato grande forza». Così come l’amore della fidanzata. «La lontananza all’inizio mi spaventava. Poi mi sono fatta coraggio e spesso raggiungo Antonio qui nell’Isola. Per lottare insieme».



Quella di Piera è la stessa nostalgia che accompagna gli sguardi delle figlie di Emanuele, quando la sera di una domenica di metà aprile, salutano il papà e si imbarcano con la madre sulla Sara D, il traghetto che dall’Asinara le riporterà a Porto Torres. Con il viso del padre stampato sulla maglietta indossata vedono l’isoletta sparire in lontananza e aspettano di riabbracciarlo presto. «Voglio che vivano serenamente questo periodo di difficoltà. Anche loro però stanno soffrendo tanto. Sanno cosa significa essere in cassa integrazione e sentono la crisi», spiega Emanuele Manca, 35 anni, operaio della Vinyls da 15 anni. «Spero che il nostro caso si risolva al più presto, altrimenti 4450 persone resterebbero senza busta paga e tutta la comunità ne risentirebbe. Senza contare poi le grandi difficoltà che i giovani avrebbero nel trovare lavoro: qui il settore industriale è l’unico che dà occupazione». Ed è proprio per le giovani generazioni che, al di là della specificità di ogni vertenza, tutti i lavoratori sono uniti nella grande “vertenza Sardegna”. Un’isola che dà battaglia e grida a gran voce: “Chi lotta può anche perdere. Chi non lotta ha già perso”.



Fotografie e testo di Vincenzo Sassu

giovedì 13 maggio 2010

Al via il governo Cameron



Il neopremier conservatore forma il gabinetto. Oltre a Clegg vicepremier, il 38enne Osborne alle Finanze e l’euroscettico Huge agli Esteri. È la crisi economica il primo problema da affrontare

LONDRA. "Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, bensì quello che tu puoi fare per il tuo Paese". Il famoso slogan di Kennedy ora appartiene anche a David Cameron, che ha ricevuto dalla regina Elisabetta l’incarico di formare il nuovo governo, diventando il 52mo primo ministro della storia britannica e, con i suoi quarantatre anni, il più giovane dal 1812. Dopo giorni di trattative che avevano lasciato il Paese col fiato sospeso, l’aristocratico leader dei Conservatori ha infatti trovato un accordo con Nick Clegg dei Liberal Democratici per un esecutivo di coalizione. Seppur infatti i Tory avessero ottenuto più voti di tutti alle elezioni del 6 maggio scorso, non avevano raggiunto il numero di seggi sufficiente (326) per una maggioranza assoluta. E’ una svolta storica quella britannica. Non solo per la fine del mandato laburista durato tredici anni e sancito dalle dimissioni del primo ministro uscente Gordon Brown, 59 anni, ma perché l’ultimo governo di coalizione lo guidò Winston Churchill che, durante la seconda guerra mondiale, formò un governo con Tory, Laburisti e Liberali.



Tutto è ruotato attorno alla figura dell’outsider Nick Clegg, 43 anni, l’uomo che ha tenuto per giorni la Gran Bretagna sulle spine. Uscito sconfitto dalle elezioni con soli 57 seggi conquistati, è diventato fondamentale nel gioco di alleanze per la formazione di un maggioranza congiunta che desse stabilità al Paese. Consapevole dell’importanza acquisita dal suo partito, ha trattato sia con i Labour che in Tory, scegliendo alla fine il partito che gli offriva maggiori garanzie: i conservatori. Dato il fallimento dei negoziati tra Laburisti e Liberal Democratici, in un incontro con la stampa, davanti alla sua residenza di Downing Street, il premier uscente Gordon Brown, accompagnato dalla moglie Sarah, ha rassegnato le dimissioni e lasciato la leadership del partito, facendo gli auguri al suo successore. Secondo la Tv pubblica inglese, BBC, quello di Brown non sarebbe solo un addio all’incarico che ricopriva dal 2007 ma anche all’attività parlamentare e politica. Non si conoscono ancora i termini ufficiali dell’intesa raggiunta tra Tory e Lib-dem. Ma Clegg, che sarà vice premier, dovrebbe aver rinunciato alla richiesta di amnistia per i clandestini prevista dal suo programma e aver ottenuto dai Conservatori la possibilità di un referendum per un evoluzione in senso proporzionale dell’attuale sistema di voto, maggioritario uninominale secco, che penalizza i piccoli partiti. Nella nuova compagine governativa preparata da Cameron, i Lib-dem avranno quattro ministeri. Ai conservatori andrà il ruolo chiave di Cancelliere, il titolare dell’economia, destinato al giovanissimo (38 anni) George Osborne, e sicuramente il dicastero alla Difesa e alla Sanità, affidati rispettivamente a Liam Fox e Andrew Lisley. A far discutere invece è il nuovo ministro degli Esteri, William Huge, un euroscettico convinto che potrebbe minare le basi dell’alleanza con i Liberal Democratici, filo-europeisti per tradizione. Intanto si fanno le previsioni sulla durata del nuovo esecutivo. I bookmakers inglesi non gli danno più di anno.

martedì 11 maggio 2010

Clegg-Tory, quasi fatta


LONDRA. Nick Clegg. E’ lui l’uomo attorno a cui ruota il destino della Gran Bretagna. Uscito clamorosamente sconfitto dalle elezioni, nonostante nelle tre settimane precedenti al voto del 6 maggio alcuni sondaggi l’avessero dato addirittura come vincente, il leader centrista dei Liberal Democratici da tre giorni sta trattando con i Conservatori di David Cameron per la formazione di una maggioranza che dia stabilità al Paese. Secondo l’emittente inglese Sky, nelle ultime ore i due avrebbero steso una “bozza d’accordo”, che i vertici dei Tory e dei Lib-dem, impegnati nelle negoziazioni, dovranno proporre ai membri dei rispettivi partiti per l’approvazione. Non si conoscono ancora i termini del “patto” ma, nonostante le proteste dei propri elettori che hanno manifestato di non gradire un appoggio del loro partito ai Tory, per i Liberal Democratici questa potrebbe essere una grande occasione per realizzare uno dei punti chiave del proprio programma: la riforma del sistema elettorale, il maggioritario uninominale secco, che penalizza oltremodo i partiti minori. Un mancato accordo su questo aspetto, rischierebbe di “spaccare” il partito Liberal Democratico e mettere in seria difficoltà Nick Clegg davanti ai suoi sostenitori. Secondo alcuni giornali inglesi, proprio la riforma elettorale e la data delle prossime votazioni sarebbero state infatti tra le condizioni poste dagli esponenti del partito Lib-dem al loro leader per accettare un accordo con i Conservatori.



Se le indiscrezioni fossero confermate, la Gran Bretagna avrebbe finalmente un primo Ministro, David Cameron, e i Conservatori prenderebbero le redini del Paese dopo la lunga esperienza laburista durata tredici anni. Secondo la televisione pubblica inglese, BBC, la pista che porterebbe Clegg ad allearsi ai Laburisti di Gordon Brown, però sarebbe ancora aperta. Lo confermerebbe l’incontro tra il leader centrista e il primo Ministro uscente nel pomeriggio di domenica. Ad accomunare i due partiti ci sarebbe sicuramente la riforma del sistema elettorale attuale. Una priorità per i Liberal Democratici che i Labour sarebbero già pronti a concedere. Ad avvicinare le due formazioni i c’è anche una visione comune sul ruolo che la Gran Bretagna dovrà assumere nell’EU: entrambi i partiti sono filo-europesti e credono che far parte dell’Europa sia un vantaggio. Al momento l’ipotesi di un accordo tra Labour e Lib-dem non può essere ancora esclusa, ma appare più lontana. Anche perché, nella possibilità che i due partiti possano raggiungere un accordo, dovrebbero cercare il sostegno di altre formazioni politiche, come i partiti nazionalisti dell’Ulster, del Galles e lo Scottish National Party per avere la maggioranza assoluta dei seggi.Nonostante le grandi differenze di programma tra Conservatori e Liberal Democratici, in primis la questione della riforma elettorale e del ruolo della Gran Bretagna nell’Unione europea, e alcune altre difformità sui tagli alla spesa pubblica e le tasse, la sensazione è che l’accordo sia vicino e si stia discutendo sugli ultimi dettagli per dare un governo forte e stabile al Paese.



Testo di Vincenzo Sassu

domenica 9 maggio 2010

Cameron chiama Clegg


LONDRA. I sondaggi l’avevano previsto da tempo: Cameron vincente senza una maggioranza assoluta. E così è stato. Con il 36 per cento dei voti, i Conservatori sono riusciti ad avere la meglio sui Laburisti (29) e i Liberaldemocratici (23), ma non hanno comunque raggiunto la soglia dei 326 seggi necessari per formare una maggioranza autonoma. I Tory hanno infatti ottenuto 306 seggi, seguiti dai Laburisti del premier uscente Gordon Brown, 258, e dai Liberaldemorcratici di Nick Clegg, 57. A deludere è stato proprio leader centrista che tre settimane fa, dopo il primo dibattito televisivo, era stato dato addirittura come vincente. Dopo trentasei anni (era il 1974) i britannici eleggono un “hung parliement”, un parlamento in cui nessun partito ha raggiunto la maggioranza assoluta. Gordon Brown, mantiene così un incarico ad interim, fino alla formazione di un nuovo governo. E può tentare per primo di dar vita ad un esecutivo, di minoranza o coalizione, e sottoporlo poi al voto di fiducia nel dibattito di presentazione del programma del nuovo governo, il Queen’s speech. Ora, i Laburisti potrebbero tentare di trovare un accordo con i Liberaldemocratici di Clegg, che si è detto “molto deluso” dal risultato elettorale del suo partito. Se comunque Brown non riuscisse a trovare un appoggio per il suo gabinetto, sarà la regina Elisabetta II ad incaricare il partito in possesso della maggioranza relativa di formare un nuovo esecutivo. Lo stesso Clegg sarebbe d’accordo: “Qualunque partito prenda più voti ed ottenga più seggi ha il diritto di formare il governo”, commenta a caldo, aggiungendo polemicamente degli interrogativi: “Cameron governerà nell’interesse nazionale piuttosto che in quello del suo partito? Cercherà di mettere insieme un governo per la nazione e non uno che rivendichi un mandato che il partito Conservatore non ha?”.

Il giovane e aristocratico leader Conservatore, nella prima conferenza stampa post-elettorale, si dice pronto ad assumersi la responsabilità di guidare la Gran Bretagna: “Abbiamo avuto due milioni di voti in più dei laburisti. Non abbiamo raggiunto la maggioranza assoluta ma ci troviamo di fronte ad una crisi finanziaria e abbiamo bisogno di un esecutivo che dia garanzie ai mercati. Ora inizieremo i negoziati con gli altri partiti: un’idea sarebbe quella di dare rassicurazioni in determinati ambiti per avere un governo di maggioranza oppure portarne avanti uno di minoranza con lib-dem. In entrambi i programmi ci sono dei possibili punti di intesa”. Cameron sottolinea come il nuovo governo “debba affrontare al più presto la minaccia numero uno per il Paese: il deficit”, aggiunge che “con il voto di ieri, i cittadini hanno espresso la loro voglia di cambiare, di avere un nuovo leader”, e promette “un governo forte e stabile che agisca nell’interesse nazionale”. Nonostante non abbia ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, infatti quella dei Tory è stata comunque una vittoria importante. Non solo per i cinque punti percentuali guadagnati rispetto alle ultime elezioni del 2005, ma perché mette fine ad un’epoca: tredici anni di dominio assoluto laburista. Con Tony Blair prima e Gordon Brown poi. I laburisti però non si arrendono e, almeno dalle prime dichiarazioni, sono pronti a resistere e dare battaglia: “I risultati elettorali mostrano come nessun partito abbia raggiunto una chiara maggioranza. E da primo ministro ho il dovere di assicurare che la Gran Bretagna sia sostenuta da un governo forte e stabile”, dichiara il Premier britannico, appoggiato dal numero due, il ministro del Commercio, Peter Mandelson, e da Alan Johnson: “La volontà del popolo britannico è quella che nessun partito abbia la maggioranza assoluta, perciò dobbiamo comportarci da politici adulti e maturi”, sostiene il ministro dell’Interno che lancia anche un messaggio ai lib-dem: “Abbiamo molte cose in comune con loro”. Ora la palla passa nelle mani di Nick Clegg, il centrista corteggiato a destra e sinistra. L’outsider che potrebbe decidere il destino del Paese.

giovedì 6 maggio 2010

Elezioni: Cameron favorito, ma pesa l'incognita Clegg



LONDRA. David Cameron, Gordon Brown e Nick Clegg. Secondo l’ultimo sondaggio diffuso da YouGov, l’accreditato sito internet specializzato in ricerche di mercato, questo dovrebbe essere l’ordine d’arrivo della maratona elettorale inglese che oggi si conclude chiamando i votanti alle urne. Seppur con un margine notevole di incertezza i conservatori otterrebbero il 35 per cento delle preferenze, i Laburisti il 30 mentre i Liberal Democratici il 24. Al di là di vincitori e vinti quella britannica è stata una campagna elettorale innovativa. La prima della storia britannica in cui i candidati si sono confrontati in televisione. ITV, Sky, BBC sono stati i palcoscenici che hanno ospitato i tre dibatti all’”americana”, dove i leader dei più grandi partiti hanno parlato dei loro programmi in materia di politica, economia, immigrazione, riforma elettorale, salute, scuola, Europa. Per i sondaggi, a salire sul gradino più alto del podio, sarà David Cameron, 44 anni, che promette una “grande società” sul modello dei Kennedy. Da tempo dato come vincitore, il leader dei Conservatori è intenzionato a decentralizzare il potere, “dando ai cittadini le chiavi del governo”. Ha in programma un possibile aumento delle tasse ma punta al taglio della spesa pubblica per dodici miliardi di sterline. Vuole riportare il livello dell’immigrazione al 1990 e promette maggiori investimenti per il Servizio Sanitario Nazionale. Il suo obiettivo è quello di trasformare gli ospedali in fondazioni e far sì che i medici abbiano stipendi proporzionati ai risultati raggiunti. Euroscettico da sempre, il giovane leader dei conservatori, durante il secondo dibattito televisivo è stato chiaro: “Vogliamo restare in Europa ma non farci governare dall’Europa, vogliamo la sterlina e non l’euro”.

In questi mesi, il leader uscente Gordon Brown è apparso invece in netta difficoltà. Lui che come Cancelliere aveva animato gli anni del miracolo economico e chiamato a gestire da primo Ministro la crisi, è sembrato stanco, affaticato. Logorato da un potere che vede i laburisti al governo da 13 anni, afflitto da scandali, delusioni e gaffe. L’ultima l’ha coinvolto proprio qualche giorno fa, quando, dopo un collegamento con BBC radio 2, parlando con i suoi collaboratori (a microfoni aperti senza saperlo) aveva dato della “bigotta” alla pensionata del Rochdale, elettrice laburista delusa, che l’aveva appena incalzato con domande pungenti su economia e immigrazione. Filo-europeista, il leader laburista non intende entrare nell’euro, ma è convinto che per la Gran Bretagna sia vantaggioso far parte dell’Europa Unita. In materia economica, prevede pochi tagli alla spesa pubblica e un aumento delle tasse solo per i contribuenti che guadagnano più di centocinquantamila sterline all’anno. Il suo programma prevede un aumento degli investimenti per la scuola pubblica, la limitazione del flusso migratorio e una politica dura per contrastare la microcriminalità. Al di là del risultato finale, l’outsider Nick Clegg, esce comunque vincente dalla maratona elettorale. In poco più di due mesi è balzato nei sondaggi, passando dal 17 per cento del febbraio scorso al 24 attuale. Dopo il primo dibattito trasmesso sul piccolo schermo, in alcuni sondaggi, aveva addirittura superato i rivali. Il giovane leader centrista ha infatti sfruttato con abilità i benefici del palcoscenico televisivo, convincendo migliaia di elettori che pensavano di astenersi. Significativo il suo esordio nel primo incontro del 15 aprile scorso sulla rete commerciale ITV, quando si rivolse ai rivali dicendo: “Questi due vi diranno che l’unica possibilità è votare per uno dei due partiti che ci governano da tempo, ma esiste un’alternativa per creare una società più giusta e più equa. E siamo noi”.

Clegg ha le idee chiare. Vorrebbe tagliare la spesa pubblica per 15 miliardi all’anno, tre dei quali da investire nelle tecnologie verdi. Molto innovativa è anche la sua proposta per la scuola: rimpiazzare i centri statali con istituti gestiti da charity e da privati, supervisionati dalle autorità locali ma non dal governo. Grande europeista per tradizione, Clegg supporta l’euro ma non intende aderire, almeno per ora. E’ stato ribattezzato l’Obama bianco e, come il presidente americano, ha fatto della parola “cambiamento” il suo cavallo di battaglia. Di grande importanza è il suo programma di investimento nelle energie rinnovabili, come il vento, il sole e il mare: “Questa non è un’elezione come le altre, i climatologi dicono che il prossimo governo sarà l’ultimo che potrà fermare il pericoloso cambiamento climatico del pianeta”, ha detto nell’aprile scorso. Nonostante i sondaggi diano Cameron vincente, gli esiti elettorali potrebbero sorprendere: se anche i conservatori riuscissero a spuntarla è molto probabile che non riescano comunque ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Questo perché il sistema elettorale inglese, maggioritario uninominale, non è simmetrico tra numero di deputati eletti e voti ottenuti. Perciò, se un partito ha un elettorato ben distribuito potrebbe avere più seggi di un altro che ha conseguito più voti, ma dispersi in vari collegi. Per riuscire almeno a formare un governo di minoranza, i conservatori sperano così di ottenere una maggioranza relativa con il più alto numero di seggi. Altrimenti la prospettiva sarebbe quella di un governo di coalizione composto da Tory, Labour e Lib-dem. Come nel 1974. Un’esperienza che allora non durò a lungo.

mercoledì 14 aprile 2010

Fedeli adios


Gli esperti parlano di "cristianesimo residuale". La metà dei giovani si dichiara non credente e le chiese si svuotano. Anche di preti

MADRID. Al passaggio della moglie e della nipote, gli occhi acquosi di Rafael si inumidiscono. Sono grandi, di una particolare sfumatura di verde, e sembrano nuotare in un mare di emozioni al vederle sfilare davanti a lui. Sono da poco passate le undici quando la processione del Corpus Christi attraversa la piazza principale di Toledo e, Rafael, un uomo sulla sessantina, dai capelli bianchissimi e la pelle arrossata dal sole, è riuscito a farsi largo tra la gente. «Qualche anno fa, per essere in prima fila e riuscire a vedere la processione sarei dovuto arrivare almeno alle otto del mattino qui in piazza. Ma gli anni passano e le persone si allontanano dalla Chiesa». Le parole di Rafael si rincorrono affannate, seguendo i suoi umori che oscillano tra la gioia celebrativa della festa e il dispiacere per la perdita del suo valore sacrale ormai quasi sconosciuto ai giovani abitanti della città e di una nazione che sta progressivamente perdendo fedeli: più di due milioni negli ultimi quattro anni, secondo il vescovo emerito di Valencia, Rafael Sanus Adad. In Spagna il cattolicesimo sta vivendo una crisi profonda. Nel 1998 si dichiaravano cattolici l’83,5% di spagnoli. Nel 2008, secondo un sondaggio realizzato dal CIS, centro di inchieste sociologiche, la percentuale è scesa di 5 punti. Nel tempo, il numero di praticanti è diminuito ancor di più e si attesta a livelli inferiori al 20%. Quello che rimane attualmente è un “cattolicesimo sociale” o “cristianesimo culturale” non conforme ai principi evangelici. Una crisi che interessa non solo i fedeli ma anche i religiosi. «I sacerdoti sono meno numerosi e sempre più anziani», conferma il cardinale Antonio Maria Ruoco, presidente della CEE, la Conferenza episcopale spagnola, e arcivescovo di Madrid in un discorso pronunciato nel novembre scorso davanti alla Conferenza Episcopale, l’assemblea dei vescovi spagnoli.



Gli ultimi dati ufficiali risalenti al 2005 sono chiari: delle 23.286 parrocchie presenti in Spagna, 10.615 non hanno un sacerdote residente. Molti preti sono costretti così ad un vero e proprio tour de force per garantire, almeno la domenica e nei giorni festivi, le celebrazioni eucaristiche per le varie comunità. Secondo il quotidiano spagnolo El Pais, il caso più estremo è quello di un sacerdote quarantasettenne che, nella remota regione rurale della Cantabria, è responsabile di 22 parrocchie allo stesso tempo. Alla crisi di vocazioni, si aggiunge poi l’innalzamento dell’età media dei sacerdoti che ha raggiunto i 63,3 anni e, in alcune zone, i 72,04. Nel 1966 ad esempio la diocesi di Santander aveva 460 sacerdoti. Oggi sono la metà, contando i pensionati. C’erano 430 seminaristi, ne rimangono appena 11. Ci sono comuni come la remota Soria, nella comunità autonoma di Castiglia e Lèon, dove i seminaristi non ci sono proprio e altri centri come Lerida, cittadina nell’est della Catalogna, dove la Chiesa ha importato seminaristi dalle nazioni del Sud America di lingua spagnola per far fronte al considerevole calo.
Seduta su una panchina nell’elegante Plaza de Oriente di Madrid, Natalia osserva il figlio rincorrersi con gli amici. I capelli raccolti sulla nuca da una fascia celeste che le copre la fronte, la rendono giovane, solare. Di tanto in tanto, si alza, fa una passeggiata, sfoglia una rivista. Si considera cattolica, ma non praticante. Crede in Dio, ma fatica a capire la Chiesa come istituzione. «Il problema più grande è che la Chiesa non si adatta ai tempi moderni», racconta. «C’è una sorta di ossessione della gerarchia cattolica per il controllo delle norme morali. I dogmi, presentati come intoccabili, sono una barriera che le impedisce di essere parte del mondo attuale. Quando invece la Chiesa dovrebbe dialogare con tutta la società ed essere aperta al futuro, ai giovani». E sono proprio le giovani generazioni che il cattolicesimo non riesce a capire. Tant’è che, negli ultimi anni, proprio tra i ragazzi, la percentuale di non credenti è cresciuta maggiormente. Solo cinque anni fa era il 22% a definirsi ateo, ora è il 46%. E anche tra i ragazzi che hanno ricevuto un’educazione religiosa la percentuale di non credenti è del 50%. Di quelli che credono in Dio invece il 39% si dichiara cattolico non praticante e solo il 10% attende abitualmente alle funzioni eucaristiche. Ma il dato più significativo è che solo per il 3% di loro, la Chiesa ha un valore significativo nella loro vita.



È ormai da qualche giorno che Gullermo si apposta sulla staccionata durante la festa di San Firmino per seguire los encierros, la discesa sfrenata dei tori per la via principale di Pamplona. Più di un anno fa aveva scattato una foto quasi perfetta da quella postazione: tre fotografi distesi sul selciato a pancia in giù ad immortalare i tori in corsa. Anche quest’anno vuole provarci. Lo incontriamo mentre fruga nella borsa scegliendo l’obiettivo più adatto. Sembra un fotografo professionista, è invece un giovane seminarista. Che scatta fotografie per passione. «Ho scelto un percorso di vita diverso rispetto a quello di tanti miei coetanei. Parlo spesso con loro. Mi confronto su temi etici, politici, sociali. E volte faccio fatica a spiegare le mie posizioni. Il fatto che i valori cristiani possano convivere con la modernità. Anzi possano contribuire a darle valore, significato». Intanto la gerarchia ecclesiastica spagnola non perde occasione per denunciare l’operato del governo Zapatero. Due sono in particolare i provvedimenti a cui la Chiesa si oppone con rigidità: l’approvazione nel 2005 della legge che consente le unioni matrimoniali tra persone dello stesso sesso, permettendo loro di adottare figli, e la nuova normativa sull’aborto approvata dalla Camera nel dicembre scorso. Qualche anno fa la Spagna è stata la quarta nazione al mondo, dopo Olanda, Belgio e Canada, a legalizzare le unioni omosessuali. E rimane ancora l’unico paese cattolico ad averlo concesso. Fortemente osteggiata dalla Chiesa, la nuova legge, approvata nel febbraio scorso, che consente l’interruzione di gravidanza dà invece la possibilità di farlo fino al compimento della quattordicesima settimana. Secondo questa normativa, le ragazze minorenni (dai 16 anni) possono così abortire senza informare i genitori.



La situazione di difficoltà che vive il cattolicesimo in Spagna non può non tener conto delle religioni minoritarie che stanno modificando il panorama confessionale spagnolo. Oggigiorno, i protestanti contano 2.200 congregazioni e 1,2 milioni di fedeli evangelici, secondo la Federation Entidades Religiosas Evangelicas de Espana (FEREDE). Ad aumentare in particolare è stato il numero di islamici. La percentuale di spagnoli convertitisi all’Islam non è alta ma influiscono i molti migranti di fede musulmana arrivati in Spagna negli ultimi anni. Le organizzazioni islamiche parlano di mezzo milione di persone, che aumentano di anno in anno. Anche le altre comunità sono in crescita E tutte vorrebbero beneficiare degli stessi finanziamenti statali di cui beneficia la religione cattolica in termini di finanziamenti statali.
«Oggi gli spagnoli sono religiosi per tradizione o totalmente indifferenti alla sfera sacra», sostiene Rafael Diaz Salazar, insegnante di sociologia dell’università Complutense di Madrid. «Rimane una religione popolare che si manifesta in feste o riti che mantengono ancora intatta la loro importanza. Tra i riti, il matrimonio religioso è tuttora molto praticato. Secondo le ultime statistiche del 2002, le unioni civili rappresentano solo il 26,64% di 209.065 matrimoni». Per Salazar, quello che ora si vive in Spagna è una transizione che vede lo “spostamento della centralità della religione” alla periferia degli interessi dei cittadini. I sociologi spagnoli parlano di “cristianesimo residuale”. Una tendenza che contrasta con le celebrazioni della Settimana Santa; basti pensare che, una delle più grandi manifestazioni spagnole, la processione del Venerdì Santo di Siviglia accoglie fedeli da ogni parte d’Europa e del Mondo. Quella Andalusa però è un tipo di religiosità particolare: se le celebrazioni attorno ai simboli religiosi sono numerose e molto seguite, è invece limitato il numero di pratiche religiose ortodosse.



Nell’autobus per Granada, il paesaggio prende colore, si sfuma, si accende seguendo i ritmi frenetici del cielo. Margarita guarda ammirata oltre il finestrino. È un’anziana insegnante in pensione in viaggio verso la città dell’Alhambra, la perla della Spagna, dove la figlia lavora ormai da qualche anno. Ha in mano un rosario e un libro di preghiere che recita a bassa voce. «La religiosità Andalusa è lontana dall’ideologia religiosa dominante, dal suo aspetto istituzionale, rappresentato dalla Chiesa, e si costituisce di una serie di credenze, pratiche e rituali che formano parte della nostra cultura. La nostra è una religiosità popolare legata ad una dimensione spirituale personale che diventa poi condivisa nelle cerimonie pubbliche. Lontana dai precetti e dalle imposizioni del Vaticano». Anche nei luoghi sacri della Spagna, come la città di Santiago del Compostela meta storica dei pellegrinaggi europei, che, con il suo cammino, indica la rotta spirituale occidentale, la religiosità sembra sia diventata quasi un elemento culturale, legato alla tradizione, più che alla fede. «Negli ultimi tempi si è perso lo spirito che animava questo posto, visitato in ogni periodo dell’anno. Sono spesso stranieri, gite organizzate di anziani, in particolare portoghesi, che vengono qui. Ma i grandi gruppi di giovani, quelli che lo rendevano così speciale, ormai sono diventate delle sparute comitive», racconta un vecchio panettiere di Santiago, che di fedeli nella sua vita ne ha visti passare a milioni. Ha gli stessi occhi, la stessa espressione di Julia, una casalinga di Madrid che, tornando a casa dopo la processione di San Isidro, racconta di invocare il Santo per assistere il cattolicesimo in Spagna. «Una religione che sta morendo», dice a bassa voce.



Fotografie e testo di Vincenzo Sassu