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mercoledì 23 settembre 2009

Coni di luce

Una sirena a squarciare il silenzio. Otto coni di luce, otto raggi di sole a penetrare il grigiore di un banco di nubi inquieto e svelare la profondità dell’azzurro in quell'incontro lontano fra cielo e terra.

domenica 6 settembre 2009

Fruscii di vento

Il profumo della campagna, i banchi di nuvole bianchissime che si allungano nel cielo, il Maestrale, le palme che si agitano, i fruscii di vento che fanno scricchiolare porte e finestre. E corrono nei Pensieri.

venerdì 28 agosto 2009

Il rosa antico

Hai lasciato che il rosa antico dipingesse il cielo, che le sfumature di giallo lo rendessero caldo, che le pennellate d’azzurro e di bianco lo rasserenassero per la tua partenza. Sei lì, oltre quei monti.

domenica 19 aprile 2009

Lotta danzante

Il cielo cupo, il cielo grigio, il cielo sereno. A tratti. In quell’ultima passeggiata sulla campagna bagnata della Gallura, c’era il sole. Era lì. Ne percepivo la presenza. Ne sentivo il calore. Ma era coperto da una fitta coltre di nuvole, da cui avrebbe voluto sfuggire. E qualche volta ci riusciva. Sembrava di sentirne il rumore sordo dello sforzo. Della voglia di combattere quel grigiore e riemergere da lassù. Così, d’improvviso, una parte di cielo si rasserenava. Ma durava poco. Uno sforzo estremo, un impeto che toccava l’apice solo per un attimo, per poi ricadere giù con violenza. Sopraffatto da quella fitta coltre di nuvole che ingrigiva il monte, riflesso nella vetrata di casa. Che incupiva le luci di quel paesino in lontananza, appeso sulle colline. E rabbuiava gli alberi d’intorno. Mettendo a tacere i rumori della natura, i versi degli uccelli e gli scricchiolii degli alberi. Mettendo fine a quella lotta danzante, di destini contrapposti, di forze antagoniste di vincitori e vinti. Poi l’arrivo della notte. Qualche stella. E il Silenzio

Testi di Vincenzo Sassu

Mutevole

Piove sulla campagna. Una pioggia leggera, quasi impercettibile, ma costante. L’erba, gli ulivi, le mimose e le palme sovrastate dal grigiore di un cielo che sembra immenso. Le nuvole si muovono audaci, spinte dal vento, come fumi che si diffondono nell’aria, disegnando forme sorprendenti, meravigliose e nascondendo le cime dei monti.

Testi di Vincenzo Sassu

Impeto marino

Dai bastioni, il mare di Alghero si agita impetuoso, come una furia. La notte lo avvolge, inghiottendolo misteriosamente nel punto dove il cielo e il mare si incontrano: nell’orizzonte. Lo percepisci quando si avvicina e scuro si infrange sulle rocce. Ne senti l’odore. Quello che ti appartiene, che negli anni ti faceva sperare, sospirare, sognare. Che impregnava i capelli, la pelle e i vestiti. Quello che ti porti dentro e fuori. Ovunque tu sia.

Testi di Vincenzo Sassu

Melodia Jazz

Soffia un vento forte che agita le foglie a Mores, il mio paese. Ne sento il fruscio oltre la finestra della mia stanza affacciata nel verde della mia Isola. Una melodia jazz, leggera, accompagna il mio sguardo sulla campagna: Il tremolio degli alberi, le corse del cane che apre sentieri sull’erba seguendo il volo di uccelli che si innalzano funambolici nell’aria. Il cielo è bianco, è azzurro, è grigio. Le sfumature dei colori lo rendono caldo. Sembra un quadro, un acquerello di Van Gogh. Di tanto in tanto il sole fa capolino tra le nuvole, a fatica, irradiando le chiome degli ulivi. Nei giochi di luci e di ombre anche gli uccelli cantano, qui, sul davanzale della finestra. Cantano la primavera, il bel tempo che verrà. Cantano la natura. Cantano la vita.

Testi di Vincenzo Sassu

Traversata

Durante la notte ho varcato il mare, da Civitavecchia verso la Sardegna. Immobile sulla prua ho visto il Continente spegnersi pian piano, ho udito le voci affievolirsi, le grida fioche dei bambini allontanarsi, gli odori della città smarrirsi nel profumo del Tirreno. Lentamente lo scafo della nave fendeva le onde del mare che si agitava, spruzzando lacrime di schiuma sulla stiva. Gocce che lasciavano la traccia di piccoli grumi di sale sulla pelle. La mia isola mi parlava nel buio. Mi raccontava di ricordi, di odori selvaggi, di persone, di luoghi. Per una notte intera.

Testi di Vincenzo Sassu

Una nave chiamata "Nuraghes"

Avrei dovuta vederla dall’alto. Avrei dovuto osservarne le coste, riconoscerne i monti, scorgerne sentieri, accenni boschivi, laghi e rivoli d’acqua. Avrei dovuto sorprendermi per il suo verde scurissimo dopo le intense piogge invernali e primaverili. Ne avrei dovuto ammirare i paesini e le città: Olbia, Sassari Porto Torres, Stintino, Alghero. L’avrei dovuta vedere dall’alto, a 10 mila piedi di altezza, questo pomeriggio. Oltre il vetro di un finestrino, troppo piccolo per poterla contenere tutta. Per contenere tutta l’impazienza maturata in sette lunghi mesi di permanenza oltre Manica, a Londra.

Ed invece sono qui, in questa nave. Per un biglietto aereo andato male. Per un problema tecnico che mi ha impedito di prendere quel volo e mi ha spedito qui, in treno, in questo porto, su questa nave chiamata “Nuraghes”. Seduto su una poltrona. Circondato da persone mai viste prima, ma dall’aria familiare. I lineamenti del viso, il taglio degli occhi, le sopracciglia, la carnagione olivastra. E il modo di gesticolare, di parlare e gli accenti. Quello barbaricino e quello gallurese. Di ragazzi, nonni e genitori. Di gente che ha lasciato l’Isola per rincorrere i propri sogni, per acchiappare speranze e soddisfare necessità. Di immigrati stranieri che la vivono ormai da anni e attraversano il Tirreno per incontrare i connazionali residenti nella Capitale, fare il pieno di ricordi, di nostalgia e mercanzie da vendere in Sardegna.

E invece sono qui. Quando avrei voluto essere là. A neanche duecento chilometri di distanza, in Abruzzo. Dove la terra ha tremato, aprendosi e inghiottendo tra le sue fessure i sogni dei bambini, le speranze dei genitori, le ambizioni dei ragazzi. Avrei voluto essere là a raccogliere i sogni di quei piccoli, a rigenerare le speranze di padri, madri, nonni e zii, a risollevare le ambizioni di Antonio e Maria, Stefano e Francesca, Giovanni e Lucia. E chissà quanti altri ancora, ragazzi come noi. A dare una mano, a sporcarmi le mani di calce, di cemento. A sorridere per una vita salvata. Inaspettatamente. E poi a tarda sera, scriverne. Raccontarne le prime impressioni. Di vite rinate, di grida inghiottite. E di Speranza. Nonostante tutto.


Testi di Vincenzo Sassu