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venerdì 29 aprile 2011

Ettore Mo in viaggio nell'India di Dominique Lapierre


Ettore Mo, uno dei più grandi inviati della storia del giornalismo italiano, celebre corrispondente di guerra del Corriere della Sera, si è rimesso in viaggio. In questo periodo si trova in India e nel suo ultimo reportage “La battaglia delle navi ospedale per salvare i dimenticati del Gange” ci racconta la storia dei volontari delle isole Sundarbans che lottano contro Aids e tubercolosi.

Nel testo, viene citato Dominique Lapierre, giornalista dalla vocazione missionaria che l’India la conosce meglio di chiunque altro per averci vissuto e dedicato libri di rara intensità come La città della gioia (Mondadori, 1996) e India Mon Amour (Il Saggiatore, 2010). Proprio da quest’ultimo libro, diventato presto un best-seller in tutto il mondo, Ettore Mo prende in prestito una storiella che spiega l’origine dell’impulso all’infinità generosità del popolo indiano.

Nell'episodio Lapierre parla “di una ragazzina tutta ossa e probabilmente affamata cui ha regalato un biscottino e che ora segue mentre s'allontana: «Dopo alcuni minuti - scrive - ho visto un cane scheletrico che le andava incontro. La ragazzina spezzò il mio biscotto in due e ne diede la metà al cane. Rimasi senza parole. L'India m'aveva dato il più bel insegnamento su come condividere le cose”.

Sul sito internet del Corriere è possibile vedere anche il videoreportage realizzato da Ettore e dal fotografo, Luigi Baldelli, che da anni lo accompagna nei suoi viaggi.

Come scrive in un suo reportage, Ettore nasce "da una famiglia povera (il papà operaio, la mamma casalinga, ambedue con la pagella della terza elementare come supremo traguardo scolastico)". Si iscrive alla facoltà di Lingue e Letterature straniere dell'università Ca' Foscari di Venezia, ma decide presto di abbandonare gli studi e mettersi in viaggio. Una lunga peregrinazione che lo porta a lavorare come barista nelle Isole del Canale, come cameriere a Parigi (pelando anche patate a Place de la Sorbonne), infermiere in un ospedale di Londra per malati incurabili, insegnante di francese a Madrid senza averne i titoli e steward in prima classe, facendo per ben due volte il giro del mondo su una nave mercantile della marina britannica. Alla soglia dei trent’anni approda alla sede londinese del Corriere della Sera e, dopo una gavetta durata dieci anni, inizia a lavorare come inviato, coprendo guerre, rivoluzioni e raccontando storie di sofferenza e umanità, di gioia e dolore. Ovunque, dall'Asia all'America Latina. “Una vita randagia” la sua, come racconta nel suo libro Ma nemmeno malinconia (Rizzoli, 2009). A lui è dedicato il numero di aprile dello storico settimanale d'attualità L'Europeo, ora diventato mensile, intitolato “Professione Cronista. L'avventura quotidiana".



Fotografie: Ettore Mo (www.ilreporter.com); Dominique Lapierre (http://libri.forumcommunity.net)

martedì 26 aprile 2011

Quando c'era Tiziano Terzani "twittavano" solo gli uccellini


L’evoluzione tecnologica ha portato il giornalismo a rimettersi in discussione, a modificarsi a fondo e inventarsi nuove identità anche attraverso l’uso dei social media, come Facebook e Twitter, diventati tra gli strumenti più utilizzati nel racconto giornalistico.

Ritornando indietro nel tempo e rileggendo Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia di Tiziano Terzani (Longanesi, 2008) ho trovato un breve messaggio che il celebre giornalista e scrittore spedì al suo capo redattore, Paolo Murialdi.

Eravamo agli inizi degli anni Settanta e, all’epoca, si inviavano gli articoli tramite telex (quando possibile), la “mail” non aveva alcuna “e” davanti e la si poteva stringere tra le mani, “facebook” era solo un libro fotografico di primi piani e “tweettavano” (cinguettavano) solo gli uccelli.

YYROM
: PRIMO GIORNO:
EX TERZANI IN PHNOM PENH
PER MURIALDI

Carissimo,
arrivato sabato. Impossibile spedire prima causa inutilizzabilità del telex. Ogni articolo deve essere affidato a messaggeri che vanno a Bangkok o Singapore, da lì alla Reuters, molta roba va persa. Ti sarei grato di un telegramma di conferma ogni volta che ricevi. Anche grato se tu facessi pubblicare i miei pezzi come sono aggiungendo le notizie della giornata a parte. Attenti alle agenzie che drammatizzano o inventano. Saluti anche da Bernardo. Tiziano


Il Giorno, 14 agosto 1973


Tiziano Terzani lavorò per oltre trent’anni in Oriente per il Der Spiegel, il Giorno, l’Espresso, la Repubblica, Il Messaggero e il Corriere della Sera. Chi fosse interessato alla sua vita può visitare l'esposizione fotografica a lui dedicata, "Tiziano Terzani. Clic! Trent'anni in Asia", in corso a Roma fino al 29 maggio 2011.

fotografia: www.enel.it

venerdì 22 aprile 2011

Le voci del Festival

Il Festival di Giornalismo di Perugia è terminato qualche giorno fa. Un momento di confronto professionale tra i grandi che l'informazione la fanno da anni e i giovani che vorrebbero farla, seguendo magari le loro orme.

Tra questi c'è Daniele Zibetti, studente della Cattolica di Milano, e appassionato di giornalismo e fotogiornalismo.

A Perugia, Daniele ha incontrato il suo "modello": Giorgio Fornoni, un viaggiatore che ha vissuto per l'incontro con l'Altro. Un reporter "vecchio stile", autore di Ai confini del mondo, un libro e Dvd che racconta "il viaggio, le inchieste e la vita di un reporter non comune". Giorgio è un bergamasco nato per dar voce a chi non ce l'ha. Proprio come sogna di fare Daniele che, nell'ultimo post del suo blog "Mosaico", ha pubblicato i "tasselli" del Festival: alcuni delle frasi più significative pronunciate durante gli incontri di Perugia.



“Una profonda voglia di scoprire ciò che succede nelle stanze del potere e durante le guerre.”

Riccardo Noury, direttore di Amnesty International Italia

“La potenza del fumetto è la sua capacità di sintesi. E’ immediato perché contiene in sé due linguaggi in uno.”

Elisabetta Benfatto

“Andare dove è difficile raccontare e costringere i nostri Paesi ad entrare in queste dimensioni è un dovere morale.”

Emilio Casalini

“Mentre in Egitto e Tunisia è la dittatura che va eliminata, nel mio Paese, l’Iran, è la religione che va allontanata dalla vita sociale.”

Reza Ganji, fotogiornalista iraniano

“L’immigrazione è come il vento. Possiamo chiudere le finestre ma quando diventerà più forte le sfonderà ed entrerà comunque.”

Sandro Provvisionato

“Io sono un tecnico, racconto i fatti… ma vaffanculo! C’è della gente che muore!”

Jacopo Fo

“You’re from Al-Jazeera? Ok. You’re under arrest. And why? We don’t know. Oh… yeah… maybe we know why!”

Laith Mushtaq

“Mi ricordo di quelli che avevano il fuoco dentro, perchè il fuoco dentro è qualcosa che nessuno ti dà!”

Giuseppe Smorto

“L’informazione mangia lo spettacolo, lo spettacolo mangia la politica e il bunga bunga s’è mangiato tutto quanto!”

Luca Telese

“Censurare siti internet è permesso in pochissimi stati nel mondo… come Cina, Iran e Italia…”

Marco Calamari

“Gli imbecilli sono distribuiti uniformemente in tutte le categorie umane.”

Marco Calamari

“Nemmeno io farei domande a me stesso, se mi vedessi!”

Vauro

“Calderoli: «La Padania e il Mezzogiorno prima di Garibaldi stavano benissimo!» È una cazzata pazzesca!”

Sergio Rizzo

“Ora infangateci tutti!”

Roberto Saviano

“Perché, tu non hai mai leccato il culo a tua moglie?”

Giuseppe Cruciani a Luca Telese

“La ‘Ndrangheta si arrabbia con noi perché facciamo venir meno l’omertà.”

Pierpaolo Bruni

“Gli italiani dovrebbero tornare ad avere senso critico, a verificare i fatti: nonostante varie carte, regolamenti e codici deontologici, manca tutto ciò.”

Carlo Gubitosa

“L’anomalia del berlusconismo è talmente anomala da non essere risolvibile.”

Ezio Mauro

”È importante che il giornalista vada nei posti dove è difficile andare, è un’importanza quasi etica.”

Emilio Casalini

“Chiedere all’oste se il vino è buono, credendo che meglio di lui non lo sappia nessun altro.”

Giorgio Meletti

“Dopo esser riusciti a rompere le barriere bisogna soffermarsi sulla realtà.”

Gianni Riotta

“Tutto ha un prezzo, ma il prezzo più grande sono i danni causati e subiti. I giornalisti devono essere liberi e il giornalismo deve puntare sulla qualità delle informazioni.”

Mort Rosenblum

“Non solo il giornalismo non è destinato a morire nel XXI secolo, ma sarà sempre più un’infrastruttura portante delle nostre imperfette democrazie.”

Carlo De Benedetti

“Per far cadere il Governo, non siete d’accordo sul fatto che basterebbe infiltrare un po’ di omosessuali a Palazzo Chigi?”

Nichi Vendola

“Questo è il lavoro più bello del mondo. Incontri situazioni diverse, realtà umanitarie. Ma è nella sofferenza che incontri la vera natura dell’uomo, dove non si può barare. Bisogna raccontare queste realtà affinché il mondo le conosca.”

Giorgio Fornoni

giovedì 3 marzo 2011

Giornalista sul barcone per Lampedusa

L'inviato della tv tedesca Rtl, Jenke von Wilmsdorf, è partito da Zarzis, profondo sud tunisino. Ha percorso chilometri per arrivare sulla costa e imbarcarsi in un peschereccio. Ieri è sbarcato a Lampedusa dopo 48 ore di navigazione insieme ad altri 345 immigrati. Questo è il giornalismo che, con umiltà e serietà, svolge la sua funzione primaria e più importante: andare, vedere, raccontare.

In questo video troverete l'intervista al reporter realizzata dopo lo sbarco da Sky TG24.



fotografia: blog.panorama.it

giovedì 4 febbraio 2010

Libertà di Stampa: il caso italiano


Intervista a Jean-François Julliard, Segretario Generale dell’associazione Reporters sans Frontières sulla situazione della libertà di stampa in Italia.

Perché alcune grandi democrazie europee non garantiscono appieno la libertà di stampa?

Le ragioni principali sono due. Innanzitutto, la presenza in Europa di gruppi terroristici o malavitosi che minacciano i giornalisti quando questi ne denunciano le attività criminali. Mi riferisco alla Mafia in Italia, all’ETA in Spagna, ai gruppi paramilitari dell’Irlanda del Nord o alle gang e alle organizzazioni criminali bulgare. La seconda ragione è legata al potere, che costituisce una minaccia pesante per la libertà di stampa in alcuni Paesi, dove dirigenti politici di primo piano tentano di influenzare l’operato dei media. È il caso ad esempio di Sarkozy in Francia e Berlusconi in Italia.

Si riferisce al conflitto di interessi del Premier italiano?

Esattamente. La sua figura è una grande minaccia per la libertà di stampa. Non è accettabile che il Primio ministro di un Paese democratico possieda la più grande azienda privata mediatica e possa poi influenzare quella pubblica. Oltretutto, è una persona che non tollera la critica, gradendo unicamente i media che lo “corteggiano”, parlando bene di lui e della sua politica. È da anni ormai che denunciamo la situazione, ma né a livello italiano né europeo è stato fatto qualcosa per cambiare.

Come valuta in generale il caso dell'Italia?

Inquietante. Spesso i giornalisti italiani sono vittime di pressioni politiche, economiche criminali e minacciati dalle mafie. È preoccupante che in un Paese membro dell’Unione Europea, come l’Italia, alcuni giornalisti debbano essere protetti dalle forze dell’ordine per esercitare il proprio mestiere. Non è normale. L’Italia non è un paese in guerra. Non è l’Iraq, né l’Afghanistan.

Ma è davvero così negativa la situazione?

Bisogna restare davvero molto vigili anche se, fortunatamente, ci sono testate che hanno la capacità di resistere alle pressioni a cui sono sottoposte. Ci sono giornalisti che mantengono la schiena dritta e la propria indipendenza. È ammirabile il coraggio di tutti quei professionisti che in Italia, nonostante le minacce, le pressioni, continuano a fare il loro mestiere. Parlo di Roberto Saviano, Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e di tanti altri che mettono quotidianamente a rischio la propria vita per informare i cittadini.

Testo di Vincenzo Sassu

sabato 23 gennaio 2010

"Reporters sans Frontières": i paladini della libertà di stampa nel mondo


PARIGI.“Senza una stampa libera nessuna lotta democratica può essere conosciuta, capita, sostenuta”. Il messaggio è universale e viaggia dall’Africa al Medio Oriente, dall’Europa all’America, sostenuto da Reporters sans Frontières, l’organizzazione internazionale nata a Parigi nel 1985 che difende la libertà di stampa nel mondo. Perché negli ultimi cinque anni più di 340 professionisti dei media hanno perso la vita mentre lavoravano per informarci. E, al giorno d’oggi, più di 130 giornalisti sono imprigionati semplicemente per aver esercitato il loro mestiere, per aver avuto il coraggio di raccontare, nonostante i rischi, le minacce, le intimidazioni. A Cuba, in Eritrea o in Cina, un giornalista può trascorrere mesi e mesi in galera per un articolo, per una foto. Per questo, da ventiquattro anni ormai, RSF denuncia i “predatori della libertà di stampa”, quegli uomini che imbavagliano la stampa oppure ordinano ai loro subordinati di farlo. In genere sono responsabili politici di alto livello, capi di governo, ministri, monarchi, ma anche gruppi armati o cartelli della droga, mafie locali. Gente che ha il potere di censurare, rapire, torturare e nel peggiore dei casi uccidere i giornalisti, senza rendere conto dei gravi attentati alla libertà d’espressione di cui sono colpevoli. E questa impunità è uno dei pericoli più grandi che i reporter sono costretti a fronteggiare.



Nel 2008 sono 39 a portare questo titolo. Fidel Castro è sparito perché ha lasciato il suo posto al fratello Raul, lo stesso vale per l’ex presidente del Pakistan Pervez Musharraf. Nella nuova lista sono però entrate Hamas, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania e quelle israeliane che attaccano costantemente i reporter che documentano le loro incursioni nei territori palestinesi. Ci sono poi il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, quello siriano Bashar al-Asad, i gruppi islamisti armati dell’Afghanistan, dell’Iraq e del Pakistan, i cartelli della droga messicani, il presidente della repubblica popolare cinese Hu Jintao, quello della Federazione Russa, Dimitri Medvedev e del primo ministro Putin, l’Ayatollah Khomeini, l’organizzazione terroristica basca dell’ETA, le mafie e le organizzazioni criminali italiane. Anche nello Sri Lanka, in Corea del Nord, in Somalia, Eritrea e in vari stati dell’Africa i nemici della libertà stampa sono numerosi.

Assassini, reclusioni, minacce di morte, rapimenti, punizioni economiche: i metodi adottati sono tanti. Il barometro 2009 della libertà di stampa parla chiaro: 35 giornalisti uccisi, 176 reporter e 10 collaboratori arrestati, 93 cyberdissidenti imprigionati. Professionisti che non hanno mai smesso di osservare l’Altro, sguardi che spesso si sono caricati di rabbia e tristezza per un’inspiegabile crudeltà. L’equipe di Reporters sans Frontières li sostiene, offrendo loro assistenza attraverso il dispositivo SOS Presse: componendo un numero di telefono, in qualunque momento, un responsabile dell’associazione, fornisce loro dei contatti, allertando le autorità locali e consolari o agendo secondo quanto la situazione richiede. L’attenzione dell’organizzazione è focalizzata in particolare sui giornalisti freelance che rischiano la vita per raccontare i conflitti che insanguinano il pianeta. Qualora vengano feriti, uccisi o presi in ostaggi, gli inviati di RSF sparsi nel mondo si mettono all’opera, conducendo delle inchieste personali per far luce sulle dinamica degli eventi ed individuare i responsabili. Perché anche in tempo di guerra, l’impunità deve essere combattuta con vigore. Proprio come ha cercato di fare Déo Namumjumbo, un giornalista freelance congolese, corrispondente di Reporters sans Frontières, dell’agenzia di stampa InfoSud/Suisse e del magazine femminile Amina.



Con i suoi articoli, Déo denunciava le ingiustizie, i soprusi subiti dalla popolazione locali e dai bambini costretti ad arruolarsi per combattere le guerre di regime. Temeva per la sorte dei suoi familiari, aveva paura. Finché un giorno non uccisero suo fratello minore, Didace. Sconvolto dal dolore, con coraggio nel novembre 2008, Déo inizia un’inchiesta per far luce sul caso, individuare i responsabili e spingere le autorità a processarli. Gli elementi raccolti e le continue minacce telefoniche, portarono all’arresto di una decina di persone. «Ma da quel momento in poi, la mia vita cambiò», racconta. «Non avevo più una vita normale. Venivo minacciato costantemente ed ero costretto a viaggiare a Uivira, Walungu e Goma, in Ruanda, dove trascorrevo molti giorni in hotel, sotto falsa identità. Questo per non essere visto a Bukavu (ndr città della Repubblica democratica del Congo) dove vive la mia famiglia. Spesso dovevo rimanere in casa finché i miei figli non si coricavano, poi andavo a dormire da amici o cugini e rientravo a casa per le cinque del mattino, prima che i bambini si svegliassero, con la paura che si accorgessero di tutto e ne rimanessero traumatizzati». Dopo aver ricevuto nel 2009 la Plume D’Or, il premio mondiale assegnato ogni anno per la libertà di stampa dalla WAN, la World Association of Newspapers”, Déo ora vive a Parigi, alla Maison des Journalistes (l’associazione francese che accoglie i giornalisti di tutto il mondo vittime di minacce, torture e persecuzioni nei loro Paesi); qualche mese fa ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Francia e attualmente gli otto figli e la moglie vivono sotto la protezione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.



Nel mese di ottobre, Reporters sans Frontières ha pubblicato la nuova classifica della libertà di stampa nel mondo. Il rapporto nasce grazie alle risposte fornite da centinaia di giornalisti ed esperti di quasi tutto il mondo al questionario preparato da RSF. E tiene conto delle violazioni alla libertà di stampa tra il primo settembre 2008 e il 31 agosto 2009. Sono più di 50 i criteri che hanno contribuito alla redazione del rapporto. Ci sono le aggressioni, gli arresti e le intimidazioni subite dai giornalisti, le minacce indirette, le pressioni e l’accesso all’informazione, la censura e l’auto-censura, lo stato dei media pubblici, le pressioni amministrative, giudiziarie ed economiche, la situazione di Internet e dei nuovi media, il numero di giornalisti assassinati, arrestati, aggrediti, minacciati e la responsabilità dello Stato in questi atti. «La libertà di stampa deve essere difesa in tutto il mondo, con la stessa forza e la stessa esigenza», ha commentato il segretario generale di RSF, Jean-François Julliard.



Il rapporto dice l’Europa è esemplare in termini di libertà di stampa. I primi posti sono infatti occupati da nazioni europee. La classifica è guidata dalla Danimarca, seguono poi Finlandia, Irlanda, Norvegia, Svezia, Estonia, Paesi Bassi e così via. L’Italia perde cinque posizioni rispetto al 2008 e si colloca al quarantanovesimo posto, dietro Paesi come la Giamaica, il Sudafrica, il Ghana, il Costa Rica, la Lituania e la Bosnia-Erzegovina. «La cosa più inquietante – commenta Julliard – è che grandi democrazie europee come la Francia, l’Italia o la Slovacchia, continuino anno dopo anno, a perdere posti nella classifica. L’Europa deve essere esemplare nel garantire le libertà pubbliche. Altrimenti com’è possibile denunciare le violazioni nel mondo, attuandole nel proprio territorio?». Il cosiddetto “effetto Obama” ha permesso agli Stati Uniti di scalare la classifica, sono al ventesimo posto e guadagnano 16 posizioni rispetto all’anno passato. Nei gradini più bassi, a preoccupare è invece la situazione dell’Iran, il Paese si avvicina infatti al “trio infernale” per la libertà di stampa, costituito ormai da anni dall’Eritrea, dalla Corea del Nord e dal Turkmenistan. Luoghi dove i giornalisti vengono minacciati. Dove qualunque voce non allineata ai regimi che governano, viene bandita, soffocata. Sono voci che spaventano, perché le parole non appartengono solo a chi le pronuncia. Ma a coloro che le ascoltano. E le ascolteranno. Le parole corrono, non si possono fermare. Perché, come scrive Roberto Saviano, pensando a Orhan Pamuk, Salman Rushdie, Anna Politkovskaja e tanti altri giornalisti e scrittori nel mondo, la potenza della parola, la sua forza letteraria, “sta proprio nella sua fruibilità, che la rende in grado di andare oltre ogni limite, di andare nel tempo quotidiano di chiunque, divenendo strumento ingovernabile e capace di forzare ogni maglia possibile”.



Testi e fotografie di Vincenzo Sassu

venerdì 27 novembre 2009

Il Coraggio di raccontare


Questo reportage racconta l’attività della “Maison des Journalistes”, l’associazione francese che dal 2000 accoglie i giornalisti vittime di torture e persecuzioni fuggiti dai loro paesi d’origine. Nella sua sede a Parigi ho incontrato reporter sviliti dal passato, nostalgici di famiglie e affetti lasciati a casa, di fughe tristi, provanti. Ho ascoltato le parole di chi ha sacrificato la vita per gli altri, denunciando i soprusi e le angherie subite dai loro popoli, soffocati dal gioco del potere. Uomini e donne che hanno raccontato le brutture dei loro governanti, le ingiustizie di esistenze vissute a metà, trascorse nel timore della violenza, in Paesi dove la libertà di stampa è solo un miraggio. Giornalisti che hanno lavorato con passione. E con una missione nel cuore: dare voce a chi non ce l’ha.

PARIGI. Bagnata dalla luce autunnale, la scultura di Anna Politikoskaja con il viso raccolto tra le mani e lo sguardo perso nel vuoto, assorto, è il gioiello di casa, della “Maison des Journalistes”, l’associazione che dal 2000 accoglie i giornalisti che richiedono asilo politico in Francia. É l’opera che attrae gli sguardi di prima mattina, rasserena gli animi di giornate stanche e ridefinisce i sogni ormai sfocati di cronisti lontani dalle famiglie, dai propri affetti, dalle gioie della quotidianità. Come un pennello, li disegna ancora una volta, dandogli i colori vivi della speranza. Di una vita nuova a Parigi, all’ombra della Tour Eiffel o chissà dove. Ma lontani dal proprio Paese che hanno lasciato d’improvviso per salvare la vita. Viaggi lunghi, notti insonni e giornate strazianti, con il cuore in gola per la paura di essere inseguiti, picchiati o uccisi. Hanno lasciato l’Afghanistan, l’Algeria, il Cameroun, Haiti, il Congo, il Togo, la Turchia e tante altre nazioni. Dove non potevano più parlare, scrivere o mangiare. Vivere. Persone coraggiose che hanno scelto di essere giornalisti in una terra che non li accettava, sfidando gli uomini di potere che volevano reprimerli perché con coraggio informavano sulle brutture dei governanti o di chi li sosteneva.



Peregrinazioni tormentate le loro, prima di arrivare a Parigi, al numero 35 di rue Cauchy ed unirsi alla grande famiglia di reporter costretti a fuggire per aver sostenuto la nobile causa della libertà di stampa. Ad accoglierli, l’anima di due giornalisti, il loro coraggio, la speranza che infondono e lo sguardo che rasserenano: Danièle Ohayon e Philippe Spineau, i fondatori della “Maison des Journalistes”, che dal 2002 ha dato ospitalità a 172 reporter di varie nazionalità, 30 ogni anno. «Sono persone che hanno un grande bisogno di parlare, di confidarsi, di raccontare le esperienze tragiche vissute. Hanno voglia di condividere. Di iniziare una nuova vita. Qui alla “Maison” ricevono sostegno, consigli e un luogo per riflettere», racconta Danièle Ohayon nel suo studio, impreziosito di foto e ricordi di vignettisti, reporter di carta stampata, radio e televisione che negli anni sono passati da quella stanza. Per avere un letto, un piatto caldo, un ideale in cui credere ancora, una speranza. Uomini e donne con molti anni di esperienza professionale alle spalle. Che spesso avevano assunto incarichi importanti all’interno delle loro redazioni. E per questo hanno lasciato sulla scrivania inchieste, reportage, interviste. Articoli che avrebbero potuto contribuire a cambiare le sorti della nazione. A rendere consapevoli afgani, congolesi, cubani, turchi, cinesi e tanti altri popoli del giogo che li soffocava, delle minacce che ne frantumavano il respiro.



Alla “Maison des Journalistes” i giornalisti possono trattenersi al massimo sei mesi, il tempo medio necessario per ottenere lo status di rifugiato politico. Durante questo periodo di attesa, la legge non li autorizza a lavorare, perciò nella nuova residenza iniziano a studiare il francese, scrivono per il trimestrale dell’associazione e cercano di rifarsi una vita. «Purtroppo solo una minima percentuale continua a fare il reporter qui in Francia. Ed è un vero peccato, perché per i media francesi sarebbe davvero interessante lavorare con giornalisti rifugiati, magari proventi dalle ex colonie. In genere, i più giovani riprendono a studiare, la maggior parte si improvvisa nei mestieri più disparati: autista, ristoratore, informatico, guida museale, operaio. Mi vengono in mente le parole di un giornalista, rifugiato politico, che ora lavora in una delle radio più importanti francesi: “Cercavo lavoro, volevo continuare a fare il giornalista. Ma quando andai all’ufficio di collocamento mi risposero che per me c’era solo un posto di addetto alla sicurezza. E io risposi: “Ma come, io dovrei proteggere i francesi? In realtà, pensavo che foste voi a dover proteggere me!”. Un’altra bella storia è quella di un cronista del Senegal che, dopo aver ottenuto l’asilo politico, frequentò una delle migliori scuole di giornalismo in Francia. Nessuno però volle assumerlo come giornalista. In mancanza di un lavoro, si rimboccò le maniche e, per sopravvivere, iniziò a lavorare in una lavanderia. Di cui poi divenne il responsabile. Nel frattempo creò un giornale gratuito per la comunità africana in Francia. E iniziò a lavorare nella pubblicità. Questi sono solo degli esempi, ma col tempo si moltiplicheranno. Sono persone in gamba, che ripartano da zero dopo aver rischiato la vita per gli altri. Siamo davvero molto orgogliosi di accoglierli e dare loro la possibilità di una nuova vita». Usciti dal suo studio, visitiamo l’edificio. Ci lasciamo risucchiare dal silenzio che si sposa con i bagliori tenui del pomeriggio autunnale per regalare agli oggetti, ai muri, alle stanze un’aura di pace, di tranquillità. La “Maison des Journalistes”, proprio come dice il suo nome, è una vera e propria casa disposta su tre piani, un mondo in cui tutto sembra scorrere lento. La cucina, la sala lavanderia, la sala TV e la sala lettura sono universi lontani anni luce dalle tribolazioni patite dai giornalisti prima della fuga, dalle torture subite. Da quel pensiero ricorrente: “Meglio morire, per soffrire così”. Appese sulla porta di ogni stanza, le targhette di Canard Enchainé, RFI, Canal Plus e dei media francesi che, insieme al Fondo Europeo per i Rifugiati sostengono la “Maison”, coprendo le spese di funzionamento.



Mentre scivoliamo lentamente lungo i corridoi, arriviamo in un piccola sala dove due reporter lavorano alla versione elettronica dell’“Oeil de l’exilé”, l’occhio dell’esiliato, un magazine trimestrale che permette ai residenti di praticare la professione e comprendere i meccanismi della stampa francese. A darci il benvenuto, il sorriso di Jean Jacques Jarel, un giornalista del Gabon, arrivato alla “Maison” nel mese di agosto. É il suo compleanno. Ha gli occhi acquosi della commozione, come due grandi paludi. «Sono laureato in filosofia, ma non ho mai insegnato. Ero giovanissimo quando diventai giornalista. Avevo appena 19 anni e durante la mia ventennale carriera ho lavorato nella stampa, nella radio e nella televisione del mio Paese».
Osservandolo mentre parla, il suo viso cambia, sembra una tela, dove le parole dipingono l’espressione entusiasta degli inizi, del primo articolo, del primo servizio radiofonico. Poi, dopo l’impeto iniziale, quello dei ricordi giovanili, dei colori vivi, il suo sorriso si spegne e la tela si tinge di grigio, delle sfumature cupe della fuga, di quella telefonata, di quella voce: “Scappa, ti stanno cercando”. «Era la mattina di qualche mese fa e avevo appena trasmesso la notizia della malattia che aveva colpito il nostro presidente, costringendolo ad un ricovero ospedaliero a Barcellona. A voi, potrebbe sembrar strano, il vostro è un Paese democratico. Ma in Gabon e in tante altre nazioni diffondere notizie come queste porta alla prigione, alla tortura. Per il popolo, il presidente deve rappresentare la perfezione, il “Dio in Terra”. Non è lecito conoscere le sue condizioni di salute, i suoi problemi, le sue difficoltà. E se qualcuno prova ad informarne, allora scatta la persecuzione. Ero consapevole che diffondendo una notizia del genere avrei rischiato molto. Ma l’ho fatto per informare i miei connazionali. Perché quello era il mio dovere. Da noi, i diritti umani non esistono, la libertà di stampa è solo un miraggio. E se vuoi fare il giornalista e non rischiare la vita, devi accarezzare la pelle del potere».



In Francia, Jacques vorrebbe continuare a lavorare come reporter: «Sono consapevole che qui sarà molto difficile, il mercato dei media è chiuso. Perciò, almeno inizialmente, cercherò di trovare un lavoro che mi permetta di nutrire la famiglia e vivere. Non amo l’assistenzialismo. Il mio piano è chiaro: riprendere gli studi e conseguire una laurea nella mia nuova Patria, perché qui un titolo “made in Africa” ha poco valore». Il pensiero delle figlie, della moglie, della sua terra lo accompagna. E gli dà coraggio. La voglia di integrarsi nella società francese lo stimola. Lo entusiasma. Proprio come Ali Muhaqiq Nasab, un reporter afgano, anch’egli residente nella “Maison”. Spingendo la porta della sua stanza, i suoi occhi appaiono rilassati, la sua espressione distesa. É un uomo di mezz’età, dal viso bonario. Sembra smanioso di mostrarci il suo computer, dove gira un CD che traduce alcune frasi idiomatiche dalla lingua farsi, la sua, a quella francese, del Paese che lo accoglie. “Ero caporedattore del mensile di Kabul Haqoq-e-Zan (Women’s Rights) e denunciavo i soprusi e le angherie subite dalle donne. Per questo nel marzo 2008 sono stato arrestato vicino a Teheran. Poi qualcuno entrò in casa e sequestrò i miei documenti, il telefono e il mio computer». Già nel 2005, Ali fu fermato in Afghanistan e detenuto per due anni con l’accusa di aver pubblicato degli articoli contro la religione islamica. Scriveva di donne, si batteva per i loro diritti, quest’uomo di mezz’età, dagli occhi profondi. E come Jacques lo faceva con passione. Con spirito critico. Denunciando la difficile condizione dei loro popoli. Quella che i governanti volevano celare per conservare il potere. Perché Ali, Jacques come anche tanti altri giornalisti nel mondo non accarezzavano il potere, non lo corteggiavano per compiacerlo. Ma ne denunciavano le irregolarità, gli affari sporchi, i soprusi, le ingiustizie. Semplicemente con la parola. E una missione nel cuore: dare voce a chi non ce l’ha.



Fotografie e testi di Vincenzo Sassu