mercoledì 14 aprile 2010

Fedeli adios


Gli esperti parlano di "cristianesimo residuale". La metà dei giovani si dichiara non credente e le chiese si svuotano. Anche di preti

MADRID. Al passaggio della moglie e della nipote, gli occhi acquosi di Rafael si inumidiscono. Sono grandi, di una particolare sfumatura di verde, e sembrano nuotare in un mare di emozioni al vederle sfilare davanti a lui. Sono da poco passate le undici quando la processione del Corpus Christi attraversa la piazza principale di Toledo e, Rafael, un uomo sulla sessantina, dai capelli bianchissimi e la pelle arrossata dal sole, è riuscito a farsi largo tra la gente. «Qualche anno fa, per essere in prima fila e riuscire a vedere la processione sarei dovuto arrivare almeno alle otto del mattino qui in piazza. Ma gli anni passano e le persone si allontanano dalla Chiesa». Le parole di Rafael si rincorrono affannate, seguendo i suoi umori che oscillano tra la gioia celebrativa della festa e il dispiacere per la perdita del suo valore sacrale ormai quasi sconosciuto ai giovani abitanti della città e di una nazione che sta progressivamente perdendo fedeli: più di due milioni negli ultimi quattro anni, secondo il vescovo emerito di Valencia, Rafael Sanus Adad. In Spagna il cattolicesimo sta vivendo una crisi profonda. Nel 1998 si dichiaravano cattolici l’83,5% di spagnoli. Nel 2008, secondo un sondaggio realizzato dal CIS, centro di inchieste sociologiche, la percentuale è scesa di 5 punti. Nel tempo, il numero di praticanti è diminuito ancor di più e si attesta a livelli inferiori al 20%. Quello che rimane attualmente è un “cattolicesimo sociale” o “cristianesimo culturale” non conforme ai principi evangelici. Una crisi che interessa non solo i fedeli ma anche i religiosi. «I sacerdoti sono meno numerosi e sempre più anziani», conferma il cardinale Antonio Maria Ruoco, presidente della CEE, la Conferenza episcopale spagnola, e arcivescovo di Madrid in un discorso pronunciato nel novembre scorso davanti alla Conferenza Episcopale, l’assemblea dei vescovi spagnoli.



Gli ultimi dati ufficiali risalenti al 2005 sono chiari: delle 23.286 parrocchie presenti in Spagna, 10.615 non hanno un sacerdote residente. Molti preti sono costretti così ad un vero e proprio tour de force per garantire, almeno la domenica e nei giorni festivi, le celebrazioni eucaristiche per le varie comunità. Secondo il quotidiano spagnolo El Pais, il caso più estremo è quello di un sacerdote quarantasettenne che, nella remota regione rurale della Cantabria, è responsabile di 22 parrocchie allo stesso tempo. Alla crisi di vocazioni, si aggiunge poi l’innalzamento dell’età media dei sacerdoti che ha raggiunto i 63,3 anni e, in alcune zone, i 72,04. Nel 1966 ad esempio la diocesi di Santander aveva 460 sacerdoti. Oggi sono la metà, contando i pensionati. C’erano 430 seminaristi, ne rimangono appena 11. Ci sono comuni come la remota Soria, nella comunità autonoma di Castiglia e Lèon, dove i seminaristi non ci sono proprio e altri centri come Lerida, cittadina nell’est della Catalogna, dove la Chiesa ha importato seminaristi dalle nazioni del Sud America di lingua spagnola per far fronte al considerevole calo.
Seduta su una panchina nell’elegante Plaza de Oriente di Madrid, Natalia osserva il figlio rincorrersi con gli amici. I capelli raccolti sulla nuca da una fascia celeste che le copre la fronte, la rendono giovane, solare. Di tanto in tanto, si alza, fa una passeggiata, sfoglia una rivista. Si considera cattolica, ma non praticante. Crede in Dio, ma fatica a capire la Chiesa come istituzione. «Il problema più grande è che la Chiesa non si adatta ai tempi moderni», racconta. «C’è una sorta di ossessione della gerarchia cattolica per il controllo delle norme morali. I dogmi, presentati come intoccabili, sono una barriera che le impedisce di essere parte del mondo attuale. Quando invece la Chiesa dovrebbe dialogare con tutta la società ed essere aperta al futuro, ai giovani». E sono proprio le giovani generazioni che il cattolicesimo non riesce a capire. Tant’è che, negli ultimi anni, proprio tra i ragazzi, la percentuale di non credenti è cresciuta maggiormente. Solo cinque anni fa era il 22% a definirsi ateo, ora è il 46%. E anche tra i ragazzi che hanno ricevuto un’educazione religiosa la percentuale di non credenti è del 50%. Di quelli che credono in Dio invece il 39% si dichiara cattolico non praticante e solo il 10% attende abitualmente alle funzioni eucaristiche. Ma il dato più significativo è che solo per il 3% di loro, la Chiesa ha un valore significativo nella loro vita.



È ormai da qualche giorno che Gullermo si apposta sulla staccionata durante la festa di San Firmino per seguire los encierros, la discesa sfrenata dei tori per la via principale di Pamplona. Più di un anno fa aveva scattato una foto quasi perfetta da quella postazione: tre fotografi distesi sul selciato a pancia in giù ad immortalare i tori in corsa. Anche quest’anno vuole provarci. Lo incontriamo mentre fruga nella borsa scegliendo l’obiettivo più adatto. Sembra un fotografo professionista, è invece un giovane seminarista. Che scatta fotografie per passione. «Ho scelto un percorso di vita diverso rispetto a quello di tanti miei coetanei. Parlo spesso con loro. Mi confronto su temi etici, politici, sociali. E volte faccio fatica a spiegare le mie posizioni. Il fatto che i valori cristiani possano convivere con la modernità. Anzi possano contribuire a darle valore, significato». Intanto la gerarchia ecclesiastica spagnola non perde occasione per denunciare l’operato del governo Zapatero. Due sono in particolare i provvedimenti a cui la Chiesa si oppone con rigidità: l’approvazione nel 2005 della legge che consente le unioni matrimoniali tra persone dello stesso sesso, permettendo loro di adottare figli, e la nuova normativa sull’aborto approvata dalla Camera nel dicembre scorso. Qualche anno fa la Spagna è stata la quarta nazione al mondo, dopo Olanda, Belgio e Canada, a legalizzare le unioni omosessuali. E rimane ancora l’unico paese cattolico ad averlo concesso. Fortemente osteggiata dalla Chiesa, la nuova legge, approvata nel febbraio scorso, che consente l’interruzione di gravidanza dà invece la possibilità di farlo fino al compimento della quattordicesima settimana. Secondo questa normativa, le ragazze minorenni (dai 16 anni) possono così abortire senza informare i genitori.



La situazione di difficoltà che vive il cattolicesimo in Spagna non può non tener conto delle religioni minoritarie che stanno modificando il panorama confessionale spagnolo. Oggigiorno, i protestanti contano 2.200 congregazioni e 1,2 milioni di fedeli evangelici, secondo la Federation Entidades Religiosas Evangelicas de Espana (FEREDE). Ad aumentare in particolare è stato il numero di islamici. La percentuale di spagnoli convertitisi all’Islam non è alta ma influiscono i molti migranti di fede musulmana arrivati in Spagna negli ultimi anni. Le organizzazioni islamiche parlano di mezzo milione di persone, che aumentano di anno in anno. Anche le altre comunità sono in crescita E tutte vorrebbero beneficiare degli stessi finanziamenti statali di cui beneficia la religione cattolica in termini di finanziamenti statali.
«Oggi gli spagnoli sono religiosi per tradizione o totalmente indifferenti alla sfera sacra», sostiene Rafael Diaz Salazar, insegnante di sociologia dell’università Complutense di Madrid. «Rimane una religione popolare che si manifesta in feste o riti che mantengono ancora intatta la loro importanza. Tra i riti, il matrimonio religioso è tuttora molto praticato. Secondo le ultime statistiche del 2002, le unioni civili rappresentano solo il 26,64% di 209.065 matrimoni». Per Salazar, quello che ora si vive in Spagna è una transizione che vede lo “spostamento della centralità della religione” alla periferia degli interessi dei cittadini. I sociologi spagnoli parlano di “cristianesimo residuale”. Una tendenza che contrasta con le celebrazioni della Settimana Santa; basti pensare che, una delle più grandi manifestazioni spagnole, la processione del Venerdì Santo di Siviglia accoglie fedeli da ogni parte d’Europa e del Mondo. Quella Andalusa però è un tipo di religiosità particolare: se le celebrazioni attorno ai simboli religiosi sono numerose e molto seguite, è invece limitato il numero di pratiche religiose ortodosse.



Nell’autobus per Granada, il paesaggio prende colore, si sfuma, si accende seguendo i ritmi frenetici del cielo. Margarita guarda ammirata oltre il finestrino. È un’anziana insegnante in pensione in viaggio verso la città dell’Alhambra, la perla della Spagna, dove la figlia lavora ormai da qualche anno. Ha in mano un rosario e un libro di preghiere che recita a bassa voce. «La religiosità Andalusa è lontana dall’ideologia religiosa dominante, dal suo aspetto istituzionale, rappresentato dalla Chiesa, e si costituisce di una serie di credenze, pratiche e rituali che formano parte della nostra cultura. La nostra è una religiosità popolare legata ad una dimensione spirituale personale che diventa poi condivisa nelle cerimonie pubbliche. Lontana dai precetti e dalle imposizioni del Vaticano». Anche nei luoghi sacri della Spagna, come la città di Santiago del Compostela meta storica dei pellegrinaggi europei, che, con il suo cammino, indica la rotta spirituale occidentale, la religiosità sembra sia diventata quasi un elemento culturale, legato alla tradizione, più che alla fede. «Negli ultimi tempi si è perso lo spirito che animava questo posto, visitato in ogni periodo dell’anno. Sono spesso stranieri, gite organizzate di anziani, in particolare portoghesi, che vengono qui. Ma i grandi gruppi di giovani, quelli che lo rendevano così speciale, ormai sono diventate delle sparute comitive», racconta un vecchio panettiere di Santiago, che di fedeli nella sua vita ne ha visti passare a milioni. Ha gli stessi occhi, la stessa espressione di Julia, una casalinga di Madrid che, tornando a casa dopo la processione di San Isidro, racconta di invocare il Santo per assistere il cattolicesimo in Spagna. «Una religione che sta morendo», dice a bassa voce.



Fotografie e testo di Vincenzo Sassu

giovedì 25 marzo 2010

Alluminio come piombo


Continua la battaglia degli operai dell'Alcoa di Portovesme, area del Sulcis iglesiente, tra le più povere della Sardegna. Ora, Tutto è nelle mani di Bruxelles che sta valutando il decreto legge sulle agevolazioni energetiche preparato dal Governo. Ma c’è il timore che in futuro la multinazionale americana lasci comunque l’Italia per paesi dove l’energia costa meno e la produzione è maggiore. Per questo i sindacati chiedono garanzie.

Ai caschi blu dell’Alcoa di Portovesme non resta che invocare “Nostra Signora de sa cosa ‘e pappai”, la Madonna del cibo, in attesa che il 22 febbraio prossimo, la multinazionale americana dell’alluminio decida definitivamente di revocare la decisione di chiudere gli stabilimenti sardi del Sulcis e quelli veneti di Fusina. L’ultimo vertice tra governo, azienda e sindacati si è chiuso infatti con un rinvio concordato tra le parti. Si aspettano nuove prospettive, ma gli impianti industriali non si fermano, almeno fino a quella data. La lotta degli operai non è finita quindi. Perché il piccolo centro di Portoscuso, vicino ad Iglesias, di cui fa parte l’area industriale di Portovesme, vive il dramma di chi ha perso o sta perdendo il posto di lavoro e del futuro incerto di una zona dell’isola che ha sempre vissuto del lavoro dei suoi minatori prima e dei suoi operai ora.

In questo centro abitato, che porta addirittura le ciminiere nel suo stemma, si sta sgretolando il sogno di una Sardegna industriale al riparo dalla crisi. Solo nel polo industriale di Portovesme ci sono in ballo circa 5000 buste paga, la metà sono già entrate nel limbo della cassa integrazione, lavoratori che chiedono di uscirne al più presto. E stanno battagliando, proprio come negli ultimi mesi, hanno fatto gli operai Alcoa, la multinazionale produttrice di alluminio, bloccando l’aeroporto di Cagliari e la Carlo Felice, la principale arteria stradale sarda. L’hanno fatto bruciando copertoni, gridando “Non molleremo mai”, sbattendo ritmicamente i caschi sull’asfalto così come davanti a Montecitorio, o guidando il corteo dei 50 mila scesi in piazza nel capoluogo sardo per il lavoro il 6 febbraio scorso. Hanno manifestato con vigore, chiedendo “lavoro e rispetto” e trasportando piccole bare, con il casco deposto, per celebrare il funerale industriale. Sono arrivati perfino al carnevale di Venezia gli operai dell’Alcoa, improvvisando uno streaptease simbolico di un futuro che potrebbe spogliarli di un diritto fondamentale, quello su cui si fonda la Repubblica italiana: il diritto al lavoro e di uno stipendio indispensabile per sfamare la famiglia, far studiare i figli, continuare a vivere con dignità.



«I nostri genitori hanno fatto lotte e battaglie e noi siamo qui anche per loro», gridano gli operai che manifestano in Piazza Colonna a Roma. «Ho una famiglia, dei figli piccoli, tre femmine e un maschietto. Se perdessi il lavoro sarebbe una disperazione», racconta un lavoratore veneto dell’Alcoa di Fusina. Tra gli operai del Sulcis c’è anche chi è costretto ad emigrare per mantenere la famiglia: «Non possiamo vivere senza stipendio. Ora a 48 anni devo chiedere un aiuto finanziario a mia madre. Ho una figlia a Roma che studia all’università ma, questa settimana, dovrà rientrare perché non riusciamo più a pagarle le spese. Mi sento umiliato come persona, e penso addirittura di andare a lavorare all’estero. Qui non ci sono prospettive e, alla mia età, sono costretto ad andare via. Non è possibile andare avanti così: vivo male e faccio vivere male anche la mia famiglia».

Hanno conquistato le prime pagine di giornali e la ribalta televisiva i lavoratori di Portovesme, così come diciotto anni fa, fecero i minatori della Carbonsulcis, nella miniera di Nuraxi Figus, che, con il passamontagna in testa, si barricarono per un mese in gallerie scavate nelle viscere della terra, toccando quota meno 400 metri. «Forse non basta venire qui, forse stiamo perdendo tempo. Ma non abbiamo alternative, dobbiamo farci sentire, dobbiamo gridare il nostro volere. Se ci fermiamo, siamo perduti. Non possiamo mollare, la fabbrica deve rimanere aperta», hanno gridato i lavoratori davanti al Parlamento, perché i posti di lavoro a rischio sono tanti: 450 a Porto Maghera, 500 a Portovesme e altri 500 all’indotto. Ad allontanare per il momento lo spettro della cassa integrazione, ci sono le 7 mila tonnellate di allumina arrivate in nave dalla Spagna. Dovrebbero assicurare autonomia fino al 22 febbraio, giorno in cui Alcoa, al termine dell’incontro con governo e sindacati, comunicherà la decisione di abbandonare o meno gli stabilimenti italiani. Ora, le è stato chiesto di non chiudere le fabbriche finché Bruxelles non si pronuncerà sul decreto legge che prevede agevolazioni energetiche nelle aree considerate svantaggiate: Sicilia e Sardegna. Tutto dipenderà quindi dalla decisione che, a breve, prenderà la Commissione europea. Fonti UE rivelano che le misure contenute nel testo legislativo potrebbero essere considerate come aiuti illegittimi.



Per rimanere in Italia, la multinazionale di Pittsbough, 63 mila dipendenti in 31 paesi del mondo, avrebbe infatti richiesto al governo un intervento regolatorio sulle tariffe energetiche, giudicate troppe alte, maggiori rispetto alla media europea. L’alluminio viene infatti prodotto tramite particolari processi elettronici, che richiedono elevati consumi di energia elettrica (circa 15-16 kWh per ogni kg prodotto). Allo stato attuale, per ogni tonnellata di prodotto, il costo della corrente incide così più dell’alluminio e dei costi di personale. In un comunicato diffuso nel novembre scorso, Alcoa precisa che la sospensione della produzione era stata decisa per le “incertezze sulla fornitura di elettricità, per i suoi forni di fusione a tariffe competitive e per l’impatto finanziario della decisione della Comunità europea”. Bruxelles infatti chiede alla multinazionale americana le sovvenzioni avute dal 2006 sui prezzi dell’elettricità in Italia, sostenendo che si tratti appunto di aiuti pubblici illegali.

Per capire il caso Alcoa bisogna però tornare indietro nel tempo, al 1995, quando per l’impianto sulcitano produttore di alluminio finisce l’era delle partecipazioni statali e le agevolazioni di Stato fino ad allora concesse non sono più permesse dall’Europa. In quell’anno, la società stipula con Enel, il fornitore di elettricità italiano, un contratto che le assicura tariffe fisse per dieci anni. All’epoca la Commissione autorizza l’operazione perché la considera come manovra commerciale ordinaria conclusa alle condizioni di mercato. Ma, nel 2006, alla scadenza del contratto, Bruxelles apre una procedura di infrazione che vuole l’abolizione delle tariffe elettriche speciali. I vertici di Alcoa lasciano allora intendere che una decisione del genere potrebbe costringerli anche a lasciare l’Italia. Per risolvere la questione ed evitare la chiusura degli stabilimenti, viene allora adottato una sorta di escamotage: l’azienda, continua a beneficiare di tariffe privilegiate secondo un diverso dispositivo: acquista la sua elettricità dall'Enel come in precedenza, ma è lo Stato italiano a rimborsale la differenza con la tariffa storica. E questo la Commissione lo considera come "un aiuto pubblico illegale". Perciò, ora Bruxelles chiede ad Alcoa le sovvenzioni avute dal 2006 in poi. Una cifra che, secondo fonti sindacali, ammonterebbe a circa 270 mila euro.

L’impatto finanziario di questa decisione e l’alto costo dell’energia nel nostro paese potrebbero portare Alcoa a lasciare l’Italia. Per convincerla a non farlo però il governo ha preparato un decreto legislativo, tuttora al vaglio della Commissione, che prevede tariffe energetiche vantaggiose per Sicilia e Sardegna considerate aree svantaggiate. La questione è spinosa: per rimanere in Italia gli statunitensi vorrebbero pagare l’energia sotto i 30 kWh, Enel invece non sembra disposta a scendere al di sotto dei 40. Solo un accordo tra le due società potrebbe quindi scongiurare l’intervento dell’Unione europea che non sembra disposta ad accettare sconti energetici concessi sotto forma di “aiuti di Stato”. «Nel nostro territorio vivono circa 150 mila persone e la disoccupazione è pari al 30 per cento. Se dovesse chiudere lo stabilimento di Portovesme, non sarebbe possibile trovare un’altra occupazione, perché non ci sono offerte di lavoro. Per noi queste industrie rappresentano l’unica fonte di economia», dichiara preoccupato Massimo Cara, sindacalista della Cisl delle Rsu Alcoa, la rappresentanza sindacale unitaria della multinazionale americana.



In un comunicato diffuso qualche giorno fa, le organizzazioni sindacali Fim, Fiom, Uilm, unitamente a Cgil, Cisl e Uil hanno proposto ad Alcoa di non interrompere la produzione nello stabilimento sardo e in quello veneto di Fusina, dichiarano comunque di voler salvare la produzione di alluminio in Italia e pretendono programmi e un piano industriali che diano certezze per il futuro. Oppure chiedono al Governo e alle Regioni, anche attraverso il commissariamento e una gestione straordinaria, la continuità dell’attività produttiva sotto un’altra gestione.
Il timore è infatti che nei prossimi anni Alcoa lasci l’Italia e altre nazioni europee come la Spagna, attirata da investimenti in altre zone, come il Medio Oriente. Proprio nel dicembre scorso infatti il colosso americano dell’alluminio ha annunciato di aver raggiunto con il gruppo minerario Ma’aden un accordo per la costituzione di una joint venture dell’alluminio. Un investimento complessivo da 10,8 miliardi di dollari. Al momento, la maggiore produzione di alluminio avviene negli Stati che dispongono di grandi quantità di energia a basso costo, come nel Canada (maggiore produttore al mondo) e in quelli del nord Europa, tra cui Norvegia e Islanda dove gli impianti di produzione hanno in genere delle centrali idroelettriche dedicate. L’Italia è invece la prima produttrice in Europa di alluminio riciclato, prodotto ottenuto dal recupero di lattine e altri rifiuti di alluminio. Un processo che richiede una quantità di energia elettrica molto inferiore rispetto alla produzione primaria. «E’ molto interessante che in Italia ci si impegni per la raccolta e il riciclaggio di alluminio, anche se è impensabile soddisfare l’intero fabbisogno nazionale unicamente col riciclaggio. L’ideale sarebbe adottare sia l’una che l’altra opzione. Il core business di Alcoa è comunque sull’alluminio primario», commenta Vittorio Bardi, coordinatore nazionale Fiom del gruppo Alcoa. La multinazionale americana attualmente produce infatti il 18% dell’alluminio utilizzato in Italia, circa 200 mila tonnellate all’anno di un mercato in continua espansione. La paura che nel futuro Alcoa abbandoni comunque il nostro paese è grande, perciò i sindacati chiedono garanzie anche per i prossimi anni. L’Italia è infatti il maggiore consumatore di alluminio in Europa.

Oggi, la vertenza ruota attorno al costo dell’energia. Una questione che, secondo Claudio Scajola, risolverebbe tornando al nucleare. In tal caso, dice il ministro dello Sviluppo economico, il prezzo dei megawatt si abbasserebbe di una trentina d’euro. Gli operai di Portovesme però non ci stanno: «Il ritorno al nucleare non è la soluzione al problema. Qui, abbiamo altre fonti di energia che potrebbero aiutarci a risolvere il problema, ad esempio il carbone del Sulcis che viene utilizzato in Germania a costi molto bassi. Oltretutto, per costruire una centrale nucleare ci vorrebbero almeno dieci. E nel frattempo, noi che faremo?». Una domanda legittima nel Sulcis, in questa zona della Sardegna, tra le più povere dell’isola, dove ci si batte per conservare il lavoro o si rischia la fame.



Testo di Vincenzo Sassu

domenica 14 marzo 2010

Resistenza chimica


Tra gli operai della Vinyls di Porto Torres che avevano occupato la Torre aragonese della città, prima di spostarsi nell'isola dell'Asinara per far conoscere all'Italia intera la difficile condizione di precarietà sociale e lavorativa che vivono da mesi. Ora Eni e Ramco, società del Qatar, hanno raggiunto un accordo di massima per acquistare l'azienda. Ma le delusioni del passato sono troppe.

«Sono finiti i tempi in cui la petrolchimica sembrava una città, con tutte quei puntini luminosi. Ora, le luci si stanno spegnendo pian piano. E sulla nostra vita è calato il buio». Gli operai chimici della Vinyls Italia di Porto Torres, in cassa integrazione da mesi, ricordano così il loro stabilimento, illuminato, vivo. Una fabbrica che, nei tempi d’oro, dava lavoro a 20mila persone e arrivava a produrre 60mila tonnellate di Cvm-Pvc all’anno. Immagine che rimane impressa nei loro sguardi sognanti mentre la osservano in lontananza e la vedono deserta, smarrita, senza luce. Questo nonostante l’accordo di massima appena raggiunto tra Eni e Ramco, società del Qatar, interessata a rilevare l’intero ciclo del Pvc. Un accordo su cui si gioca il futuro della chimica in Italia, così come il loro destino. Ma la situazione resta incandescente e gli operai rimangono cauti sull’esito finale della trattativa. Da troppi mesi vivono l’esaltazione di accordi che poi falliscono, di patti non rispettati. E finché gli impianti non riprenderanno a lavorare, continueranno la loro protesta. Perché la loro fabbrica, la più grande del territorio, che garantiva un reddito a migliaia di famiglie, oggi appare come una fotografia sbiadita, dall’alto della Torre Aragonese, davanti al porto della città, dove sono accampati ormai da più di un mese. Per farsi sentire, 138 operai della Vinyls hanno infatti scelto di occupare un baluardo costruito nel 1325 dall’ammiraglio Caroz, che aveva raggiunto Porto Torres con la flotta aragonese. L’hanno fatto per chiedere la riapertura degli impianti del petrolchimico e giurano di non abbandonarlo finché non riprenderanno a lavorare, a sfamare una famiglia che ha smesso di fare progetti e credere nel futuro. Perché mancano i soldi per le necessità quotidiane, per vivere con dignità, da quando la loro fabbrica ha chiuso i battenti.



Ufficialmente è dal luglio 2009 che gli operai sono in cassa integrazione, ma lo stabilimento lavorava a singhiozzo già nei sette mesi precedenti. Avrebbe dovuto riprendere l’attività il 15 dicembre scorso, ma gli impianti di produzione della filiera del cloro sono ancora chiusi, a causa del blocco delle forniture di materie prime, come etilene e dicloretano, da parte dell’Eni e, da allora, i dipendenti della Vinyls di Porto Torres sono senza lavoro. Così come quelli Porto Marghera che, fino ad ora, hanno atteso invano il riavvio degli impianti. Eppure, sembrava che la situazione per l’ex azienda chimica di Fiorenzo Sartor, attualmente in amministrazione straordinaria, si fosse risolta con l’accordo del 12 novembre 2009, quando il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, aveva annunciato, in una nota, che il caso Vinyls-Eni si sarebbe concluso con un lieto fine. All’epoca, l’Eni si era infatti impegnata a fornire tutte le materie prime necessarie a far ripartire gli impianti dell’azienda specializzata in Pvc, attiva a Porto Torres, Porto Marghera e Ravenna: 470 addetti di cui 137 solo in Sardegna. Questo, sperando che la società, entro il 15 dicembre, ottenesse le fideiussioni necessarie dagli istituti di credito. Cosa che, di fatto, non è accaduta. Le banche infatti, vista l’azienda in stato di amministrazione straordinaria, si sono rifiutate di concederle. Fideiussioni che poi erano state comunque deliberate, fino a un massimo di 20 milioni di euro, dalla Regione, attraverso l’ultima finanziaria, la Sfirs. Un finanziamento però soggetto al parere della Commissione europea che, ancora non si è pronunciata, facendo quindi precipitare la situazione. Dopo l’incontro del 22 febbraio scorso tra Eni e Ramco, la situazione però sembra cambiata. Il Cane a sei zampe finalmente pare infatti intenzionato a rispettare l'accordo siglato il 12 novembre 2009 per la fornitura a Vinyls dei servizi e delle materie prime (etilene e dicloretano) al prezzo concordato, che attualmente è inferiore ai prezzi di mercato. Eni e Ramco avrebbero poi raggiunto anche un accordo di massima sul trasferimento di asset dell'Eni a Ramco ad Assemini, in Sardegna, a Marghera, nel Veneto e a Cirò Marina, in Calabria, per ricomporre il ciclo produttivo della filiera del cloro, che sarà discusso con le autorità locali e con i sindacati. Allo stesso tempo Ramco dovrebbe prendere contatto con i commissari di Vinyls per concordare i passi successivi. «Rimaniamo molto cauti sugli esiti concreti dell’accordo, perché, fino ad ora, i patti non sono mai stati rispettati. Quindi, finché gli impianti non ripartiranno concretamente non molleremo», dichiara a caldo Pierfranco Delogu, segretario dei chimici della Cgil.



Come i sindacati anche gli operai di Porto Torres attendono gli sviluppi concreti degli accordi, perché il baratro della cassa integrazione su cui sono sprofondati da mesi sta logorando centinaia di famiglie della zona. «Non posso continuare a vivere così, senza un lavoro. Ho due figlie di 3 e 5 anni, avevo un mutuo che ora ho dovuto sospendere. E le prospettive sono nere», racconta Roberto Carta, 33 anni, capellino rosso acceso e un sorriso limpido a mascherare una situazione che non riuscirà a sostenere a lungo, con una moglie senza lavoro e due figlie piccole da crescere. «Il nostro dramma è anche quello di Porto Torres, di famiglie assistite dai servizi sociali e di altre costrette a chiedere alla Caritas il cibo per poter mangiare», interviene Pier Gianni con la consapevolezza di chi vede morire ogni giorno la sua città, ma non si arrende. E dà battaglia, finché avrà la forza di farlo. Quello che si vive in questi giorni è un momento cruciale per il futuro della chimica italiana, un’industria che rappresenta, nel nostro Paese, una risorsa importante sia per gli insediamenti produttivi presenti in varie Regioni (i più importanti a Porto Marghera, Ferrara, Mantova, Ravenna, Assemini, Porto Torres) sia sul piano occupazionale e commerciale. Un settore produttivo, quello chimico, fortemente integrato tra i diversi impianti che costituiscono un unico assetto di filiera. Al giorno d’oggi, Porto Marghera con circa 2000 dipendenti diretti e circa 1500 occupati nell'indotto, rappresenta il cardine di tale integrazione. Secondo l’ultima edizione dello studio Plastic trend synthesis pubblicato dalla società di consulenza milanese Plastic Consult con la fermata degli impianti di Pvc di Porto Torres e Porto Marghera la produzione nazionale è diminuita e l’import di termoplastiche, come polistirene, Pvc e tecnopolimere, è aumentata notevolmente, coprendo, l’anno scorso, quasi il 75% della termoplastiche in Italia. La ricerca rivela inoltre come, negli ultimi due anni, le vendite di termoplastiche vergini nel nostro Paese siano crollate di quasi un milione di tonnellate, fermandosi a fine 2009 a quota 6 milioni.



Quella dei cloro derivati, è infatti una produzione strategica per l’intero compatto chimico nazionale, un settore in cui, per lungo tempo, il polo di Porto Torres è stato all’avanguardia. Questo grazie alla professionalità degli operai impiegati: «Sono tutti molti qualificati, tanti di loro sono anche laureati. Il problema è politico, volendo la situazione si risolve. Anche perché, se questo non accadesse, saremmo tagliati fuori dal mercato europeo dove la concorrenza è grande. In Francia, Inghilterra, Germania e Svizzera ci sono infatti impianti simili a quello di Porto Torres che producono Pvc. Materiale essenziale che noi dovremmo importare in quantità sempre più massicce», dichiara Giuseppe Suffritti, direttore del Dipartimento di Chimica dell’Università di Sassari. Perché anche il mondo accademico isolano sta sostenendo con vigore la battaglia degli operai della Vinyls. Così come alcuni sindaci della zona che minacciano le dimissioni se la situazione non venisse risolta, e gli studenti della città che invece sperano di trovare un’occupazione nell’area industriale. C’è anche la Chiesa della zona a dar man forte, con don Mario Tanca della parrocchia di San Gavino, simbolo di Porto Torres, e monsignor Atzei, che durante la fiaccolata a sostegno dei lavoratori, organizzata in città il 26 gennaio scorso, ha pronunciato parole chiare: «Un vescovo, pur non facendo politica, non può fare finta di niente di fronte a quanto sta accadendo. È doveroso chiedere alla Regione e ai parlamentari sardi di far sentire la voce del territorio. Mi ha colpito molto che non si siano fatti vedere. Io non sono contro di loro. Ma sto con i lavoratori».

La solidarietà è giunta anche da lontano, dai dipendenti di un caseificio di Thiesi, un piccolo paese della provincia di Sassari. Domenica scorsa, sono arrivati in furgoncino con sacchi di pasta, casse d’acqua, cartoni di latte, scatole di pelati, formaggio. Beni di prima necessità per aiutare le famiglie degli operai che, senza stipendio e, con i soldi dei pochi risparmi ormai agli sgoccioli, vivono il difficoltà di non poter condividere con mogli e figli quel momento di incontro, attorno ad un pasto caldo, che vale più di qualunque altra cosa. Ad accoglierli nella Torre Aragonese, c’erano giovani operai e anziani, con 37 anni di lavoro in fabbrica alle spalle. Uomini che presidiano la torre giorno e notte ormai. «Qui dormiamo», dicono, indicando alcuni materassi sul pavimento. Attorno ci sono anche due tavoli dove, gli operai organizzano ogni iniziativa. Appesi al muro, ritagli di giornali locali: articoli che raccontano la loro storie. Come quella di Tino Tellini, operaio della Vinyls ed ex assessore all’Industria del Comune: «Questo dei lavoratori di Thiesi è stato un gesto di solidarietà significativo, tra i più belli che sia mai stato fatto per noi. La nostra è una battaglia per il territorio e per il futuro della chimica nel nostro Paese. Se dovessimo cadere, con noi precipiterebbe tutto lo stabilimento. Oltre la disperazione, gli ammortizzatori sociali e l’assistenzialismo non ci sono alternative». Così come per Omar Sall, ambulante senegalese di Dakar, da tre anni a Porto Torres. Perché se gli operai non riprendono a lavorare anche la sua merce continuerà a rimanere lì, disposta sul tappetino disteso per strada. Invenduta. Per chissà quanto tempo ancora.



Fotografie e testo di Vincenzo Sassu

giovedì 4 febbraio 2010

Libertà di Stampa: il caso italiano


Intervista a Jean-François Julliard, Segretario Generale dell’associazione Reporters sans Frontières sulla situazione della libertà di stampa in Italia.

Perché alcune grandi democrazie europee non garantiscono appieno la libertà di stampa?

Le ragioni principali sono due. Innanzitutto, la presenza in Europa di gruppi terroristici o malavitosi che minacciano i giornalisti quando questi ne denunciano le attività criminali. Mi riferisco alla Mafia in Italia, all’ETA in Spagna, ai gruppi paramilitari dell’Irlanda del Nord o alle gang e alle organizzazioni criminali bulgare. La seconda ragione è legata al potere, che costituisce una minaccia pesante per la libertà di stampa in alcuni Paesi, dove dirigenti politici di primo piano tentano di influenzare l’operato dei media. È il caso ad esempio di Sarkozy in Francia e Berlusconi in Italia.

Si riferisce al conflitto di interessi del Premier italiano?

Esattamente. La sua figura è una grande minaccia per la libertà di stampa. Non è accettabile che il Primio ministro di un Paese democratico possieda la più grande azienda privata mediatica e possa poi influenzare quella pubblica. Oltretutto, è una persona che non tollera la critica, gradendo unicamente i media che lo “corteggiano”, parlando bene di lui e della sua politica. È da anni ormai che denunciamo la situazione, ma né a livello italiano né europeo è stato fatto qualcosa per cambiare.

Come valuta in generale il caso dell'Italia?

Inquietante. Spesso i giornalisti italiani sono vittime di pressioni politiche, economiche criminali e minacciati dalle mafie. È preoccupante che in un Paese membro dell’Unione Europea, come l’Italia, alcuni giornalisti debbano essere protetti dalle forze dell’ordine per esercitare il proprio mestiere. Non è normale. L’Italia non è un paese in guerra. Non è l’Iraq, né l’Afghanistan.

Ma è davvero così negativa la situazione?

Bisogna restare davvero molto vigili anche se, fortunatamente, ci sono testate che hanno la capacità di resistere alle pressioni a cui sono sottoposte. Ci sono giornalisti che mantengono la schiena dritta e la propria indipendenza. È ammirabile il coraggio di tutti quei professionisti che in Italia, nonostante le minacce, le pressioni, continuano a fare il loro mestiere. Parlo di Roberto Saviano, Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e di tanti altri che mettono quotidianamente a rischio la propria vita per informare i cittadini.

Testo di Vincenzo Sassu

sabato 23 gennaio 2010

"Reporters sans Frontières": i paladini della libertà di stampa nel mondo


PARIGI.“Senza una stampa libera nessuna lotta democratica può essere conosciuta, capita, sostenuta”. Il messaggio è universale e viaggia dall’Africa al Medio Oriente, dall’Europa all’America, sostenuto da Reporters sans Frontières, l’organizzazione internazionale nata a Parigi nel 1985 che difende la libertà di stampa nel mondo. Perché negli ultimi cinque anni più di 340 professionisti dei media hanno perso la vita mentre lavoravano per informarci. E, al giorno d’oggi, più di 130 giornalisti sono imprigionati semplicemente per aver esercitato il loro mestiere, per aver avuto il coraggio di raccontare, nonostante i rischi, le minacce, le intimidazioni. A Cuba, in Eritrea o in Cina, un giornalista può trascorrere mesi e mesi in galera per un articolo, per una foto. Per questo, da ventiquattro anni ormai, RSF denuncia i “predatori della libertà di stampa”, quegli uomini che imbavagliano la stampa oppure ordinano ai loro subordinati di farlo. In genere sono responsabili politici di alto livello, capi di governo, ministri, monarchi, ma anche gruppi armati o cartelli della droga, mafie locali. Gente che ha il potere di censurare, rapire, torturare e nel peggiore dei casi uccidere i giornalisti, senza rendere conto dei gravi attentati alla libertà d’espressione di cui sono colpevoli. E questa impunità è uno dei pericoli più grandi che i reporter sono costretti a fronteggiare.



Nel 2008 sono 39 a portare questo titolo. Fidel Castro è sparito perché ha lasciato il suo posto al fratello Raul, lo stesso vale per l’ex presidente del Pakistan Pervez Musharraf. Nella nuova lista sono però entrate Hamas, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania e quelle israeliane che attaccano costantemente i reporter che documentano le loro incursioni nei territori palestinesi. Ci sono poi il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, quello siriano Bashar al-Asad, i gruppi islamisti armati dell’Afghanistan, dell’Iraq e del Pakistan, i cartelli della droga messicani, il presidente della repubblica popolare cinese Hu Jintao, quello della Federazione Russa, Dimitri Medvedev e del primo ministro Putin, l’Ayatollah Khomeini, l’organizzazione terroristica basca dell’ETA, le mafie e le organizzazioni criminali italiane. Anche nello Sri Lanka, in Corea del Nord, in Somalia, Eritrea e in vari stati dell’Africa i nemici della libertà stampa sono numerosi.

Assassini, reclusioni, minacce di morte, rapimenti, punizioni economiche: i metodi adottati sono tanti. Il barometro 2009 della libertà di stampa parla chiaro: 35 giornalisti uccisi, 176 reporter e 10 collaboratori arrestati, 93 cyberdissidenti imprigionati. Professionisti che non hanno mai smesso di osservare l’Altro, sguardi che spesso si sono caricati di rabbia e tristezza per un’inspiegabile crudeltà. L’equipe di Reporters sans Frontières li sostiene, offrendo loro assistenza attraverso il dispositivo SOS Presse: componendo un numero di telefono, in qualunque momento, un responsabile dell’associazione, fornisce loro dei contatti, allertando le autorità locali e consolari o agendo secondo quanto la situazione richiede. L’attenzione dell’organizzazione è focalizzata in particolare sui giornalisti freelance che rischiano la vita per raccontare i conflitti che insanguinano il pianeta. Qualora vengano feriti, uccisi o presi in ostaggi, gli inviati di RSF sparsi nel mondo si mettono all’opera, conducendo delle inchieste personali per far luce sulle dinamica degli eventi ed individuare i responsabili. Perché anche in tempo di guerra, l’impunità deve essere combattuta con vigore. Proprio come ha cercato di fare Déo Namumjumbo, un giornalista freelance congolese, corrispondente di Reporters sans Frontières, dell’agenzia di stampa InfoSud/Suisse e del magazine femminile Amina.



Con i suoi articoli, Déo denunciava le ingiustizie, i soprusi subiti dalla popolazione locali e dai bambini costretti ad arruolarsi per combattere le guerre di regime. Temeva per la sorte dei suoi familiari, aveva paura. Finché un giorno non uccisero suo fratello minore, Didace. Sconvolto dal dolore, con coraggio nel novembre 2008, Déo inizia un’inchiesta per far luce sul caso, individuare i responsabili e spingere le autorità a processarli. Gli elementi raccolti e le continue minacce telefoniche, portarono all’arresto di una decina di persone. «Ma da quel momento in poi, la mia vita cambiò», racconta. «Non avevo più una vita normale. Venivo minacciato costantemente ed ero costretto a viaggiare a Uivira, Walungu e Goma, in Ruanda, dove trascorrevo molti giorni in hotel, sotto falsa identità. Questo per non essere visto a Bukavu (ndr città della Repubblica democratica del Congo) dove vive la mia famiglia. Spesso dovevo rimanere in casa finché i miei figli non si coricavano, poi andavo a dormire da amici o cugini e rientravo a casa per le cinque del mattino, prima che i bambini si svegliassero, con la paura che si accorgessero di tutto e ne rimanessero traumatizzati». Dopo aver ricevuto nel 2009 la Plume D’Or, il premio mondiale assegnato ogni anno per la libertà di stampa dalla WAN, la World Association of Newspapers”, Déo ora vive a Parigi, alla Maison des Journalistes (l’associazione francese che accoglie i giornalisti di tutto il mondo vittime di minacce, torture e persecuzioni nei loro Paesi); qualche mese fa ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Francia e attualmente gli otto figli e la moglie vivono sotto la protezione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.



Nel mese di ottobre, Reporters sans Frontières ha pubblicato la nuova classifica della libertà di stampa nel mondo. Il rapporto nasce grazie alle risposte fornite da centinaia di giornalisti ed esperti di quasi tutto il mondo al questionario preparato da RSF. E tiene conto delle violazioni alla libertà di stampa tra il primo settembre 2008 e il 31 agosto 2009. Sono più di 50 i criteri che hanno contribuito alla redazione del rapporto. Ci sono le aggressioni, gli arresti e le intimidazioni subite dai giornalisti, le minacce indirette, le pressioni e l’accesso all’informazione, la censura e l’auto-censura, lo stato dei media pubblici, le pressioni amministrative, giudiziarie ed economiche, la situazione di Internet e dei nuovi media, il numero di giornalisti assassinati, arrestati, aggrediti, minacciati e la responsabilità dello Stato in questi atti. «La libertà di stampa deve essere difesa in tutto il mondo, con la stessa forza e la stessa esigenza», ha commentato il segretario generale di RSF, Jean-François Julliard.



Il rapporto dice l’Europa è esemplare in termini di libertà di stampa. I primi posti sono infatti occupati da nazioni europee. La classifica è guidata dalla Danimarca, seguono poi Finlandia, Irlanda, Norvegia, Svezia, Estonia, Paesi Bassi e così via. L’Italia perde cinque posizioni rispetto al 2008 e si colloca al quarantanovesimo posto, dietro Paesi come la Giamaica, il Sudafrica, il Ghana, il Costa Rica, la Lituania e la Bosnia-Erzegovina. «La cosa più inquietante – commenta Julliard – è che grandi democrazie europee come la Francia, l’Italia o la Slovacchia, continuino anno dopo anno, a perdere posti nella classifica. L’Europa deve essere esemplare nel garantire le libertà pubbliche. Altrimenti com’è possibile denunciare le violazioni nel mondo, attuandole nel proprio territorio?». Il cosiddetto “effetto Obama” ha permesso agli Stati Uniti di scalare la classifica, sono al ventesimo posto e guadagnano 16 posizioni rispetto all’anno passato. Nei gradini più bassi, a preoccupare è invece la situazione dell’Iran, il Paese si avvicina infatti al “trio infernale” per la libertà di stampa, costituito ormai da anni dall’Eritrea, dalla Corea del Nord e dal Turkmenistan. Luoghi dove i giornalisti vengono minacciati. Dove qualunque voce non allineata ai regimi che governano, viene bandita, soffocata. Sono voci che spaventano, perché le parole non appartengono solo a chi le pronuncia. Ma a coloro che le ascoltano. E le ascolteranno. Le parole corrono, non si possono fermare. Perché, come scrive Roberto Saviano, pensando a Orhan Pamuk, Salman Rushdie, Anna Politkovskaja e tanti altri giornalisti e scrittori nel mondo, la potenza della parola, la sua forza letteraria, “sta proprio nella sua fruibilità, che la rende in grado di andare oltre ogni limite, di andare nel tempo quotidiano di chiunque, divenendo strumento ingovernabile e capace di forzare ogni maglia possibile”.



Testi e fotografie di Vincenzo Sassu

sabato 26 dicembre 2009

Deserta la spiaggia


Era deserta la spiaggia. Un enorme lenzuolo di sabbia che il vento si divertiva a lanciare per aria, scuotere nell’atmosfera, mescolare e distribuire in maniera casuale. All’apparenza. E quei granelli sembravano pioggia, sconosciuti cicloni d’acqua nell’Oceano. Di una violenza dolce, perché sconosciuta. Inascoltata perché priva di danni. Solo un fermento d’acqua. Di pesci piacevolmente sballottati a centinaia di metri di distanza. Come antichi ricordi.

Così quelle particelle infinitesimali di sabbia che lo avvolgevano come un lenzuolo. Come un letto sfatto. Illuminato dai primi bagliori di luce, sgattaiolati furtivi tra le persiane, per rinvigorire l’atmosfera dei colori giovani, aspri del mattino.

Ma i suoi occhi di meraviglia erano solo per lui: il Mare. Lo vedeva sconvolgersi, agitarsi, fare le capriole. Lo osservava alzarsi, contorcersi su se stesso, allungarsi piano fino a sfiorargli i piedi, diventando bianco. Canuto. Nasceva vigoroso e col tempo invecchiava. Imbiancandosi di schiuma.

Se ne stava lì sul bagnasciuga. Su quello spazio che non era terra, non era mare. In quell’angolo dove vivi per un attimo, dove le orme spariscono in un battibaleno e cancellano ogni traccia della tua presenza. In quella distesa dove l’uomo viene perennemente battuto dall’acqua. Dove qualunque cosa faccia è livellata dal Mare, che rende tutto uniforme e cancella ogni traccia. Come una vita vissuta in un attimo, in un battito di ciglio.

E cantava il vento. Parlava di terre lontanissime, sconosciute. Odorava di deserto, di miraggi, di pozzi sognati. Di vite tribolate. Di ricchezza violenta e povertà silenziosa. Di sfarzi dorati e baracche d’argilla. Di centri luminosi e periferie buie. D’Africa.

Quell’aria aveva attraversato il mare, percorrendo chilometri e chilometri, sorvolando villaggi, paesi, città. Capanne di fango, palazzi d'argento e case di campagna. Ed ora sussurrava nelle sue orecchie qualcosa di sconosciuto. Ed erano bisbigli di vite passate, di generazioni vissute e pensieri sospesi.

Quelli maturi e vecchi della sera.


Fotografia della spiaggia di Porto Ferro (Alghero) e testi di Vincenzo Sassu

martedì 15 dicembre 2009

Un gelataio in un giorno d'inverno


Sembrava un catino di panna montata che un vecchio gelataio avesse spalmato, divertito, in quella distesa azzurra. Lui la osservava e lei cambiava forma. Si allungava e si compattava. Per poi distendersi ancora, sfilacciandosi. Disintegrandosi in una marea di stelle filanti aggrappate lassù, sospese. E mentre si gustava lo spettacolo, sorrideva, quel matto gelataio che un giorno d’inverno, senza clienti, si era messo in testa di addolcire il cielo.


Testi e foto di Vincenzo Sassu

venerdì 27 novembre 2009

Il Coraggio di raccontare


Questo reportage racconta l’attività della “Maison des Journalistes”, l’associazione francese che dal 2000 accoglie i giornalisti vittime di torture e persecuzioni fuggiti dai loro paesi d’origine. Nella sua sede a Parigi ho incontrato reporter sviliti dal passato, nostalgici di famiglie e affetti lasciati a casa, di fughe tristi, provanti. Ho ascoltato le parole di chi ha sacrificato la vita per gli altri, denunciando i soprusi e le angherie subite dai loro popoli, soffocati dal gioco del potere. Uomini e donne che hanno raccontato le brutture dei loro governanti, le ingiustizie di esistenze vissute a metà, trascorse nel timore della violenza, in Paesi dove la libertà di stampa è solo un miraggio. Giornalisti che hanno lavorato con passione. E con una missione nel cuore: dare voce a chi non ce l’ha.

PARIGI. Bagnata dalla luce autunnale, la scultura di Anna Politikoskaja con il viso raccolto tra le mani e lo sguardo perso nel vuoto, assorto, è il gioiello di casa, della “Maison des Journalistes”, l’associazione che dal 2000 accoglie i giornalisti che richiedono asilo politico in Francia. É l’opera che attrae gli sguardi di prima mattina, rasserena gli animi di giornate stanche e ridefinisce i sogni ormai sfocati di cronisti lontani dalle famiglie, dai propri affetti, dalle gioie della quotidianità. Come un pennello, li disegna ancora una volta, dandogli i colori vivi della speranza. Di una vita nuova a Parigi, all’ombra della Tour Eiffel o chissà dove. Ma lontani dal proprio Paese che hanno lasciato d’improvviso per salvare la vita. Viaggi lunghi, notti insonni e giornate strazianti, con il cuore in gola per la paura di essere inseguiti, picchiati o uccisi. Hanno lasciato l’Afghanistan, l’Algeria, il Cameroun, Haiti, il Congo, il Togo, la Turchia e tante altre nazioni. Dove non potevano più parlare, scrivere o mangiare. Vivere. Persone coraggiose che hanno scelto di essere giornalisti in una terra che non li accettava, sfidando gli uomini di potere che volevano reprimerli perché con coraggio informavano sulle brutture dei governanti o di chi li sosteneva.



Peregrinazioni tormentate le loro, prima di arrivare a Parigi, al numero 35 di rue Cauchy ed unirsi alla grande famiglia di reporter costretti a fuggire per aver sostenuto la nobile causa della libertà di stampa. Ad accoglierli, l’anima di due giornalisti, il loro coraggio, la speranza che infondono e lo sguardo che rasserenano: Danièle Ohayon e Philippe Spineau, i fondatori della “Maison des Journalistes”, che dal 2002 ha dato ospitalità a 172 reporter di varie nazionalità, 30 ogni anno. «Sono persone che hanno un grande bisogno di parlare, di confidarsi, di raccontare le esperienze tragiche vissute. Hanno voglia di condividere. Di iniziare una nuova vita. Qui alla “Maison” ricevono sostegno, consigli e un luogo per riflettere», racconta Danièle Ohayon nel suo studio, impreziosito di foto e ricordi di vignettisti, reporter di carta stampata, radio e televisione che negli anni sono passati da quella stanza. Per avere un letto, un piatto caldo, un ideale in cui credere ancora, una speranza. Uomini e donne con molti anni di esperienza professionale alle spalle. Che spesso avevano assunto incarichi importanti all’interno delle loro redazioni. E per questo hanno lasciato sulla scrivania inchieste, reportage, interviste. Articoli che avrebbero potuto contribuire a cambiare le sorti della nazione. A rendere consapevoli afgani, congolesi, cubani, turchi, cinesi e tanti altri popoli del giogo che li soffocava, delle minacce che ne frantumavano il respiro.



Alla “Maison des Journalistes” i giornalisti possono trattenersi al massimo sei mesi, il tempo medio necessario per ottenere lo status di rifugiato politico. Durante questo periodo di attesa, la legge non li autorizza a lavorare, perciò nella nuova residenza iniziano a studiare il francese, scrivono per il trimestrale dell’associazione e cercano di rifarsi una vita. «Purtroppo solo una minima percentuale continua a fare il reporter qui in Francia. Ed è un vero peccato, perché per i media francesi sarebbe davvero interessante lavorare con giornalisti rifugiati, magari proventi dalle ex colonie. In genere, i più giovani riprendono a studiare, la maggior parte si improvvisa nei mestieri più disparati: autista, ristoratore, informatico, guida museale, operaio. Mi vengono in mente le parole di un giornalista, rifugiato politico, che ora lavora in una delle radio più importanti francesi: “Cercavo lavoro, volevo continuare a fare il giornalista. Ma quando andai all’ufficio di collocamento mi risposero che per me c’era solo un posto di addetto alla sicurezza. E io risposi: “Ma come, io dovrei proteggere i francesi? In realtà, pensavo che foste voi a dover proteggere me!”. Un’altra bella storia è quella di un cronista del Senegal che, dopo aver ottenuto l’asilo politico, frequentò una delle migliori scuole di giornalismo in Francia. Nessuno però volle assumerlo come giornalista. In mancanza di un lavoro, si rimboccò le maniche e, per sopravvivere, iniziò a lavorare in una lavanderia. Di cui poi divenne il responsabile. Nel frattempo creò un giornale gratuito per la comunità africana in Francia. E iniziò a lavorare nella pubblicità. Questi sono solo degli esempi, ma col tempo si moltiplicheranno. Sono persone in gamba, che ripartano da zero dopo aver rischiato la vita per gli altri. Siamo davvero molto orgogliosi di accoglierli e dare loro la possibilità di una nuova vita». Usciti dal suo studio, visitiamo l’edificio. Ci lasciamo risucchiare dal silenzio che si sposa con i bagliori tenui del pomeriggio autunnale per regalare agli oggetti, ai muri, alle stanze un’aura di pace, di tranquillità. La “Maison des Journalistes”, proprio come dice il suo nome, è una vera e propria casa disposta su tre piani, un mondo in cui tutto sembra scorrere lento. La cucina, la sala lavanderia, la sala TV e la sala lettura sono universi lontani anni luce dalle tribolazioni patite dai giornalisti prima della fuga, dalle torture subite. Da quel pensiero ricorrente: “Meglio morire, per soffrire così”. Appese sulla porta di ogni stanza, le targhette di Canard Enchainé, RFI, Canal Plus e dei media francesi che, insieme al Fondo Europeo per i Rifugiati sostengono la “Maison”, coprendo le spese di funzionamento.



Mentre scivoliamo lentamente lungo i corridoi, arriviamo in un piccola sala dove due reporter lavorano alla versione elettronica dell’“Oeil de l’exilé”, l’occhio dell’esiliato, un magazine trimestrale che permette ai residenti di praticare la professione e comprendere i meccanismi della stampa francese. A darci il benvenuto, il sorriso di Jean Jacques Jarel, un giornalista del Gabon, arrivato alla “Maison” nel mese di agosto. É il suo compleanno. Ha gli occhi acquosi della commozione, come due grandi paludi. «Sono laureato in filosofia, ma non ho mai insegnato. Ero giovanissimo quando diventai giornalista. Avevo appena 19 anni e durante la mia ventennale carriera ho lavorato nella stampa, nella radio e nella televisione del mio Paese».
Osservandolo mentre parla, il suo viso cambia, sembra una tela, dove le parole dipingono l’espressione entusiasta degli inizi, del primo articolo, del primo servizio radiofonico. Poi, dopo l’impeto iniziale, quello dei ricordi giovanili, dei colori vivi, il suo sorriso si spegne e la tela si tinge di grigio, delle sfumature cupe della fuga, di quella telefonata, di quella voce: “Scappa, ti stanno cercando”. «Era la mattina di qualche mese fa e avevo appena trasmesso la notizia della malattia che aveva colpito il nostro presidente, costringendolo ad un ricovero ospedaliero a Barcellona. A voi, potrebbe sembrar strano, il vostro è un Paese democratico. Ma in Gabon e in tante altre nazioni diffondere notizie come queste porta alla prigione, alla tortura. Per il popolo, il presidente deve rappresentare la perfezione, il “Dio in Terra”. Non è lecito conoscere le sue condizioni di salute, i suoi problemi, le sue difficoltà. E se qualcuno prova ad informarne, allora scatta la persecuzione. Ero consapevole che diffondendo una notizia del genere avrei rischiato molto. Ma l’ho fatto per informare i miei connazionali. Perché quello era il mio dovere. Da noi, i diritti umani non esistono, la libertà di stampa è solo un miraggio. E se vuoi fare il giornalista e non rischiare la vita, devi accarezzare la pelle del potere».



In Francia, Jacques vorrebbe continuare a lavorare come reporter: «Sono consapevole che qui sarà molto difficile, il mercato dei media è chiuso. Perciò, almeno inizialmente, cercherò di trovare un lavoro che mi permetta di nutrire la famiglia e vivere. Non amo l’assistenzialismo. Il mio piano è chiaro: riprendere gli studi e conseguire una laurea nella mia nuova Patria, perché qui un titolo “made in Africa” ha poco valore». Il pensiero delle figlie, della moglie, della sua terra lo accompagna. E gli dà coraggio. La voglia di integrarsi nella società francese lo stimola. Lo entusiasma. Proprio come Ali Muhaqiq Nasab, un reporter afgano, anch’egli residente nella “Maison”. Spingendo la porta della sua stanza, i suoi occhi appaiono rilassati, la sua espressione distesa. É un uomo di mezz’età, dal viso bonario. Sembra smanioso di mostrarci il suo computer, dove gira un CD che traduce alcune frasi idiomatiche dalla lingua farsi, la sua, a quella francese, del Paese che lo accoglie. “Ero caporedattore del mensile di Kabul Haqoq-e-Zan (Women’s Rights) e denunciavo i soprusi e le angherie subite dalle donne. Per questo nel marzo 2008 sono stato arrestato vicino a Teheran. Poi qualcuno entrò in casa e sequestrò i miei documenti, il telefono e il mio computer». Già nel 2005, Ali fu fermato in Afghanistan e detenuto per due anni con l’accusa di aver pubblicato degli articoli contro la religione islamica. Scriveva di donne, si batteva per i loro diritti, quest’uomo di mezz’età, dagli occhi profondi. E come Jacques lo faceva con passione. Con spirito critico. Denunciando la difficile condizione dei loro popoli. Quella che i governanti volevano celare per conservare il potere. Perché Ali, Jacques come anche tanti altri giornalisti nel mondo non accarezzavano il potere, non lo corteggiavano per compiacerlo. Ma ne denunciavano le irregolarità, gli affari sporchi, i soprusi, le ingiustizie. Semplicemente con la parola. E una missione nel cuore: dare voce a chi non ce l’ha.



Fotografie e testi di Vincenzo Sassu

lunedì 23 novembre 2009

Cielo


Un’immensa distesa d’azzurro. Le rotte fumose degli aerei la solcano di bianco. Di fumi disordinati che si aprono, si allungano, si intrecciano e svaniscono dissolti dal vento. Ha il colore del mare, delle sue sfumature, dei suoi impeti. Quei vapori sono come leggere increspature schiumose. E fanno infinite capriole prima di perdersi nei lidi del mondo. Che da lassù, sembrano briciole, vite che si agitano a rilento.

domenica 18 ottobre 2009

Nobel, we can



Il riconoscimento per la pace ad Obama. Ecco le reazioni per le strade di New York. Tra la gente comune, gli umori e le speranze di un Paese che vuole ritrovarsi.

NEW YORK. Quando la radio gracchia la notizia del giorno, il taxi 738 mette la freccia, svolta a destra e si accosta al marciapiede. Marc abbassa il finestrino ed alza il volume. “Hi man, have you hard the news?”, hai sentito la notizia, dice rivolgendosi ad un venditore di hot dog sulla 45ma strada. Lui fa cenno di no. “Barack Obama ha ottenuto il Premio Nobel per la Pace”, ripete enfatizzando la frase, dandogli vigore per sovrastare il traffico assordante sulla Fifth Avenue di New York, il viale più importante ed esclusivo della città. “Really? I can’t believe it!”, Davvero? Non ci posso credere, risponde l’altro, aggrottando le sopracciglia in senso di stupore.
Questa è la fotografia istantanea della reazione degli americani alla notizia del Nobel per la Pace a Barack Obama, piombata come un fulmine a ciel sereno di primo mattino anche alla Casa Bianca. L’incredulità dei cittadini è pari a quella del diretto interessato: “Sono sorpreso, onorato e profondamente commosso. Lo accetto con profonda umiltà ma non sono sicuro di meritarlo”, ha commentato a caldo il primo presidente afroamericano della storia statunitense, il quarto ad aver ottenuto il prestigioso riconoscimento dopo Roosevelt, Wilson e Carter.



Sembra un venerdì qualunque, il 9 ottobre 2009. L’atmosfera che si respira nella Grande Mela è quella di una giornata normale. I clacson suonano ad intermittenza scandendo il ritmo intenso della mattina. Sono appena passate le 9:30 e la gente corre negli uffici camminando a passo svelto, con una mano sorregge l’ombrello con l’altra la borsa. Sugli ampi marciapiedi il viavai è frenetico. E’ una giostra di colori, una varietà di espressioni, un’esibizione di abiti: sfilano tailleur d’alta moda, giacche e cravatte italiane, t-shirt, jeans, All stars e scarpe a tacco alto. Il cielo grigio sovrasta i grattacieli di Manhattan, adombrandone le ampie vetrate su cui gli enormi parallelepipedi si riflettono vicendevolmente, specchiandosi.



Sedute sui gradini dalle New York Public Library, due signore afroamericane sulla quarantina, parlano tra loro con vivacità. Sono amiche. Tra loro c’è grande complicità. Si somigliano molto. La montatura spessa degli occhiali che portano le accomuna, una miriade di treccine raccolte sulla nuca le rende simili. “Se sono d’accordo con il Nobel per la Pace ad Obama?”, si chiede in tono dubbioso. Poi alza gli occhi al cielo, come per trovare le parole giuste e risponde, guardando l’amica negli occhi e sfiorandosi il nasco con un tocco delicato della mano: “E’ difficile capire perché abbia vinto questo premio. Penso perché al giorno d’oggi è una delle poche persone che sta realmente provando a cambiare gli status prestabiliti. Che sta facendo dei passi in avanti in termini di integrazione, di lotta al razzismo, di unione e comprensione fra le diversità”.



A pochi passi dalle donne, un signore distinto, in giacca e cravatta che gioca con l’Ipod. Di tanto in tanto, osserva la gente intorno, sembra che aspetti qualcuno. E’ americano, di origine giapponese, lavora come broker e vive nella Grande Mela da vent’anni ormai. “Non penso che il premio assegnato ad Obama sia giusto – esordisce in maniera perentoria – Fino ad ora non ha fatto abbastanza per la pace nel mondo: l’offensiva americana in Afghanistan lo dimostra. Poi c’è la prigione di Guantanamo che dovrebbe essere chiusa a breve. Ma al giorno d’oggi purtroppo è ancora attiva. Siamo stanchi di guerre coloniali, di prigioni, di torture. Obama ha ottimi propositi. Ora aspettiamo che li metta in atto. Almeno dal punto di vista internazionale”. In rapido calo di popolarità, in difficoltà sulla riforma del sistema sanitario, ostacolata dai repubblicani e da una parte dei democratici, Barack Obama accoglie il Nobel per la Pace come una vera e propria boccata d’ossigeno. Così come lo zoccolo duro dei suoi sostenitori, ancora fermamente convinti che sia la persona giusta al momento giusto. Quella capace di risollevare gli Stati Uniti dalla profonda crisi economica e ridefinirne l’immagine nel mondo, svilita dall’era Bush.



Harlem, il quartiere afroamericano di New York, è un tributo ad Obama: t-shirt, borse, felpe, piattini esibiscono il suo viso. C’è lui che danza con Michelle nella notte dell’investitura presidenziale; che sorride alzando gli occhi al cielo; che parla davanti ad una folla oceanica. Poi, proprio davanti all’Apollo Theater sulla 25ª strada, una fotomontaggio, lo ritrae insieme ai leader dei movimenti per i diritti degli afroamericani e dei diritti umani in genere, Malcom X e Martin Luter King, entrambi morti assassinati negli anni ’60. “Obama ha tanto in comune con entrambi non solo in colore della pelle”, racconta Jack mentre risale Broadway street con il suo enorme fuoristrada. E’ un ragazzo sui ventincinque anni, alto e robusto. Indossa una felpa larghissima e un berretto dei Giants, la squadra di baseball più famosa degli Stati Uniti. “Anche Mantin Luter King ottenne il Premio Nobel per la Pace nel 1964. E aveva solo trentacinque anni”, dice prima di sintonizzare la radio sulla stazione preferita. “E Obama, proprio come loro, sta cercando di combattere le ingiustizie. E’ un Presidente vicino alle minoranze, vicino ai bisogni della gente. E vuole la pace. Anzi, attualmente ne è il più grande promotore. L’unico che si sta adoperando attivamente in tal senso”.



In un parco sulla 5ª strada, a pochi passi da uno dei grattacieli più rappresentativi di New York, il Flariton Building, Joel è seduto ad un tavolino e legge il “New York Times”. Fuma una sigaretta dopo l’altra, esibendo un’aria da artista che spicca tra le gente che gli sta intorno. Fino a qualche mese fa, dirigeva una galleria d’arte newyorkese. Vittima della crisi economica, è disoccupato. Viaggiava tanto: Italia, Spagna, Francia, Cina e Giappone. Ora vive stabilmente a New York e lavora come portiere in uno dei palazzi dove, tempo fa, organizzava le mostre. Joel è uno dei tanti americani che sta cercando di rialzarsi. Di riniziare una vita che gli permetta di mantenere la famiglia. Ha voglia di parlare. E’ stato uno dei sostenitori di Obama durante la campagna presidenziale, ma ora nutre qualche dubbio sul premio assegnato al Presidente: “E’ un riconoscimento simbolico. Ci sono uomini che hanno lavorato una vita intera per la pace e mai stati gratificati in tal senso. Detto questo, penso che sia un premio alle intenzioni. Alla voglia che ha di cambiare. Ma deve allontanarsi da quelli che furono gli uomini di Bush, come il comandante della Nato in Afghanistan McChrystal che vorrebbe un aumento delle truppe. E’ una pazzia. Assolutamente una pazzia”.



“Sì, sono d’accordo”, interviene Jessica, venticinque anni, studentessa della Carolina del Nord, newyorkese d’adozione. “Andiamo via dall’Afghanistan, votai Obama anche per questo. Quella è una guerra sporca, non meno di quanto lo fu il Vietnam in passato.”, afferma in tono deciso per farsi sentire da chi le sta intorno. Poi, le voci nel parco, vicino alla fontana, diventano molteplici, finché una le sovrasta tutte, mettendo d’accordo la studentessa e l’ex artista ora portiere, la babysitter e il businessman in pausa lavorativa. Il giallo, il bianco e il nero. I colori dell’America multietnica: “Obama, Nobel Peace price? Why did he get it?”, Nobel per la pace ad Obama? Perché l’ha preso? Dubbio legittimo.




Testo e foto di Vincenzo Sassu

venerdì 25 settembre 2009

I mille volti della partenza


Sensazioni, paure, speranze raccontate attraverso gli occhi e le parole di un militare, un giovane ragazzo del Sud, in partenza per la missione afghana.

Ha il volto della tensione questo ragazzo sardo sulla trentina. E’ alto, robusto, braccia possenti, spalle larghe. Ma l’inquietudine gli si legge negli occhi e traspare dalle sue parole, dal suo sguardo, dal modo in cui osserva il vuoto per trovare i termini giusti, metterli uno dopo l’altro e dare loro un senso. Un significato che vada oltre la tragedia, oltre quella maledetta mattina del 17 settembre scorso. Oltre quell’imboscata sinistra che nel pieno centro di Kabul ha stroncato le vite di sei militari, sei italiani, sei ragazzi. Come lui, che fra due giorni salirà sul quel jet dell’aeronautica militare che porterà i contingenti della Brigata Sassari a migliaia di chilometri di distanza per svolgere la loro missione in Afghanistan, ad Herat.

Come lui, centinaia di ragazzi stanno salutando genitori, parenti, amici. Stanno per lasciare a casa le abitudini, gli amori, gli affetti, quel senso di tranquillità e sicurezza che solo la vita quotidiana ti sa dare. E’ una sensazione di cui spesso non ti accorgi neanche, ma quando la perdi, ti manca disperatamente. Mentre parla, si avvicina qualche amico, lo guarda, muove leggermente la testa, fa cenno di no, lo invita a non partire. E lui risponde con un respiro profondo, inarcando leggermente le sopracciglia in un’espressione che dice tutto. Perchè questo è il suo lavoro. E’ il mestiere che ha scelto tempo fa, pensando anche ai rischi e pericoli che avrebbe potuto e dovuto correre. «Sai, al fatto che potrei anche non rivedere le persone care, stringerle, abbracciarle come sempre cerco di non pensarci. Certo la paura c’è, ma poi subentra anche l’orgoglio e cerchi di mascherarla come puoi. I compagni, il gruppo, l’affiatamento che si crea in missione ti dà coraggio, spesso ti rasserena, ti dà speranza e la forza di reagire alle difficoltà, a certi momenti in cui la tua vita sembra appesa ad un filo e tu pensi alla famiglia, agli affetti. Al fatto che potresti anche non tornare».

Mentre parla, davanti ai suoi occhi sembra scorrere la pellicola di un film già visto. Già, perché questo ragazzo dagli occhi profondi alle spalle ha ormai sei missioni di pace. La maggior parte nei paesi dell’ex Jugoslavia e in Kosovo. Aree che oggi sono più o meno stabili. Tutt’altra cosa rispetto all’Afghanistan attuale. E se ne rese conto due anni fa, nel giugno 2007, quando partì per la sua prima missione in Afghanistan. La più rischiosa della sua vita. «Ricordo quando lasciammo Herat e ci avventurammo nel deserto per una missione di venti giorni circa. Un giorno tre mezzi del mio plotone si sganciarono dal gruppo per un’operazione. Dopo qualche minuto sentimmo una terribile esplosione. Il boato fu così forte che ancora sembra rimbombarmi dentro. Istintivamente mi misi le mani nei capelli, pensando al peggio. Fortunatamente però l’ordigno lasciato andare da una macchina esplose a pochi metri di distanza dal plotone e i miei compagni si salvarono per miracolo», racconta mentre la sua mente ritorna a quei giorni e ad una delle esperienze che più lo terrorizzarono durante quella missione. E che a volte gli toglie il sonno e, certe notti, sembra esplodergli dentro, con tutta quella polvere che solleva, rendendo l’aria pensante, soffocante: «L’immagine di quell’uomo, che saltò in aria mentre piazzava una bomba a neanche quattrocento metri da noi, non la dimenticherò mai».

Così come non dimenticherà mai i sogni che presto lascerà a casa. Perché questo giovane sardo di sogni ne ha tanti e gli si dipingono negli occhi, quelli meridionali, quelli di tanti giovani, talvolta giovanissimi, ragazzi del Sud che partono in missione: vorrebbe sposarsi, avere dei figli, trascorrere una vita tranquilla. Continuare ad amare i propri cari e quel padre dagli occhi preoccupati, dall’espressione apparentemente distesa che cerca di nascondere la paura come può. Quel padre che un giorno vorrebbe abbracciare i nipoti, vorrebbe diventare nonno. E spera che quel figlio alto, robusto, dalle braccia possenti e dalle spalle larghe, possa continuare a regalargli le gioie di sempre. Quelle semplici, genuine. Della vita di tutti i giorni.

Testi di Vincenzo Sassu

mercoledì 23 settembre 2009

Coni di luce

Una sirena a squarciare il silenzio. Otto coni di luce, otto raggi di sole a penetrare il grigiore di un banco di nubi inquieto e svelare la profondità dell’azzurro in quell'incontro lontano fra cielo e terra.

mercoledì 16 settembre 2009

Nuraghi di Cenere


Questo è un reportage che nasce dando voce a chi ha vissuto intensamente i terribili incendi divampati in Sardegna nel luglio scorso: persone che hanno sofferto, rischiato di morire, che hanno perso gran parte del raccolto, il bestiame, l'azienda. Gente comune che, con tenacia e coraggio, vuole risollevarsi e iniziare daccapo. Ma sono persone che vogliono anche capire e far luce su un evento, diventato poi tragedia umana e ambientale, a cui la Sardegna non era preparata.

Ho intervistato così alcuni sindaci della zona che, spesso in prima persona, sono corsi in aiuto dei propri concittadini. Ho parlato con operai dell'Ente Foreste che il 23 e il 24 luglio hanno operato nei boschi sfidando fiamme altissime. Attraverso le lo loro parole, ho cercato di far luce sulle responsabilità, sulle negligenze, sulla mancata prevenzione.

Ho raccontato storie. Storie di vita.



“Cando appo idu cussas fiammas appo pensadu a sa fine de su mundu: mamma mia naraiat gai cando fia pizzinna”, quando ho visto quelle fiamme ho pensato alla fine del mondo: mia madre diceva così quando ero bambina. Dal giardino della sua casa in campagna, lo sguardo di Antonietta si allunga disperato sulla vallata, sorvola le carcasse di due porcospini arsi dalle fiamme, sembra perdersi tra i rami carbonizzati degli alberi. Poi riacquista vigore e si ferma lì, su quella torre in pietra di forma tronco conica, centro della vita sociale degli antichi sardi: il nuraghe.



Attorno alla reggia nuragica di Santu Antine, uno dei monumenti megalitici più importanti del Mediterraneo, nella Valle dei Nuraghi a pochi chilometri da Sassari nei territori di Torralba, Bonorva e Giave, il 23 luglio scorso la furia del fuoco non ha risparmiato uliveti, ha incenerito alberi secolari, come sughereti e querce, carbonizzando vigneti, bruciato faine, volpi e pernici. «Il fuoco è stato appiccato durante la notte, a circa trenta chilometri da qui, nel territorio di Bonorva. Verso le 9 del mattino sembrava che fosse stato spento. Poi, improvvisamente, siamo stati accerchiati dalle fiamme. Era spaventoso, sembrava l’inferno. La fine del mondo», racconta la signora Antonietta accanto al marito, rievocando quel giorno terribile, nel soggiorno di casa. Sul muro e sui mobili le fotografie di figli e nipoti vestiti a festa. Lì, impressa sulla carta fotografica Antonietta sembra un’altra donna. Sorride. Ora è tesa, la sua espressione preoccupata: «Oltre cento ettari del nostro territorio sono stati bruciati, abbiamo perso gran parte del bestiame, il fieno raccolto, la bellezza del nostro paesaggio naturale».

Era una giornata caldissima quel 23 luglio. Il vento di scirocco soffiava sull’Isola rendendo l’aria irrespirabile. Il termometro segnava 40 gradi. In queste condizioni la furia del fuoco ha divorato oltre 25 mila ettari di territorio e danni per oltre 80 milioni di euro. Le aree più colpite sono state quelle del Sassarese, la zona di Olbia, Oristano e la costa sud-occidentale dove interi paesi sono stati circondati dalle fiamme e centinaia di persone costrette ad abbandonare repentinamente le case. Spinto dal vento di Scirocco, il fuoco correva ad una velocità inaudita, ardendo ettari ed ettari di macchia mediterranea e causando due vittime. Sembrava un ciclone. Poi due, poi tre, poi quattro e così via. Alla fine sono stati quindici gli incendi più distruttivi. Novantotto in totale tra il 23 e il 24 luglio.



«In pochi minuti ho visto le fiamme avvolgere la campagna e, percepita la gravità della situazione, sono salito in macchina per dirigermi verso l’azienda e mettere in salvo il bestiame e l’attrezzatura agricola», racconta Gianni Sassu, 37 anni, proprietario di una delle terre maggiormente colpite dall’incendio divampato nel territorio di Mores, un paese a pochi chilometri di Sassari. «Mentre avanzavo, il fumo si faceva sempre più fitto, impedendomi la visuale. Sono uscito fuori strada e mi sono così ritrovato in mezzo al fuoco, nella cunetta. Se avessi aperto il mio sportello, sarei stato completamente avvolto dalle fiamme. Il calore era insopportabile. L’atmosfera irrespirabile. Ho mantenuto la calma e sono uscito dallo sportello opposto. Il quel momento una lingua di fuoco ha bruciato il mio braccio sinistro, poi le mani e il visto. Con la mano destra tenevo un cellulare e, nonostante il dolore, sono riuscito a chiamare un amico che si trovava a poche centinaia di metri di distanza. Con grande coraggio è venuto a soccorrermi, portandomi poi in ospedale. E’ grazie a lui che ora sono qui». Qualche giorno fa, Gianni è stato dimesso dal centro ustioni di Sassari, dov’era ricoverato per più di un mese. Le sue condizioni ora sono buone, anche se, mentre parla, si scorgono i segni profondi delle bruciature sul mani e sul viso. «Nei giorni scorsi ho visitato il terreno dove tengo il bestiame e l’azienda. Ho trovato carcasse di animali selvatici, falchetti, ricci, furetti, martore. C’erano alberi secolari, arbusti di cisto, pungitopo. Molte erano le piante di lentischio, una delle erbe aromatiche più diffuse in Sardegna. Non è rimasto più niente». Le immagini, le paure, i timori sembrano rivivere nelle sue parole, nel suo sguardo che ogni tanto si perde per poi riacquisire tenacia e vigore. Per non arrendersi alla fatalità. E riniziare con coraggio, costanza e tanta volontà.



Secondo la Regione c’è stata una strategia attorno agli incendi. E’ difficile infatti spiegare in altra maniera come almeno quindici roghi di vastissime proporzioni siano partiti contestualmente. In gran parte delle zone devastate dal fuoco sono stati infatti ritrovati mucchi di fiammiferi e pezzi di iuta. Fino ad ora le indagini hanno portato esclusivamente all’arresto di Victor Paun, un bracciante romeno di 48 anni, accusato di non aver dato tempestivamente l’allarme, dopo aver causato l’incendio mentre usava un trattore dell’azienda faunistica di cui era dipendente. Altre quattro persone sono state iscritte nel registro degli indagati per incendio colposo. Certo, non è da escludere che alcuni roghi siano nati per la negligenza o la scarsa precauzione adottata in situazioni di rischio potenziale, ma alcuni degli incendi più vasti che hanno interessato il Nord Sardegna sono partiti durante la notte.

C’è chi parla di responsabilità legate alle ditte private che si occupano della gestione di alcuni Canadair antincendio utilizzati dalla Protezione Civile, chi di rivalità e gelosie maturate nel mondo agro-pastorale. Al momento, diverse sono le piste seguite dagli inquirenti per arrivare ai colpevoli. I Carabinieri della Compagnia di Bonorva confermano che alcuni roghi possono essere stati causati involontariamente, ma l’incendio divampato in quella stessa zona attorno alle quattro del mattino ha dei precisi responsabili. Al riguardo, le indagini sono in corso, non c’è alcuna prova concreta, ma sono stati raccolti una serie di elementi indiziari.



Uno dei primi a parlare di organizzazioni malavitose e criminali è stato Tonino Pischedda, il sindaco di Pozzomaggiore, tra le aree più colpite, con 6 mila ettari del proprio territorio andati in fumo. «Ho visto scene terribili quei giorni: il fuoco che avanzava come l’acqua di un fiume in piena, la paura dei cittadini, i loro occhi lucidi per il fumo e le lacrime, gli scheletri di vacche, pecore e cavalli, l’asfalto fuso dal calore e l’odore insopportabile del catrame bruciato». All’interno del suo ufficio comunale, impreziosito dalla foto della mamma e dal testo di una poesia incorniciata, ogni sua parola, ogni pausa, ogni silenzio si caricano di significato, si colorano di enfasi, si colmano di preoccupazione, di rabbia. E dignità, soprattutto. Perché il sindaco di questo piccolo paese, che ha perso l’80% del suo patrimonio naturale, non ci sta. Non crede alla casualità, alla fatalità dell’evento. E parla di mafia, di tante mafie che dietro agli incendi potrebbero avere degli interessi. Come quelli legati al mercato dei mangimi che, nei prossimi mesi, verranno abbondantemente utilizzati dagli allevatori per alimentare il bestiame, in mancanza di terre pascolabili e foraggio. «E’ inutile negarlo, al momento del bisogno c’è sempre qualcuno che sfrutta la situazione per trarne un guadagno maggiore. E quando la domanda è alta, il prezzo sale: è una legge di mercato. Io non parlo delle piccole aziende locali, ma delle grandi multinazionali dei mangimi che ora potrebbero anche pensare di mettere sul mercato prodotti scaduti o comunque non più commerciabili». Al riguardo, le forze dell’ordine confermano che sarà la Magistratura ad occuparsene ed indagare.



A gettare un’ombra di sospetto sulle grandi aziende produttrici di mangimi c’è anche Pasquino Porcu, il primo cittadino di Mores, un altro centro messo in ginocchio da quelle terribili giornate: un morto, 4 mila ettari di territorio bruciati, danni per migliaia di euro, ecosistema profondamente danneggiato, un rimboschimento andato in fumo. «Dobbiamo prendere in considerazione la possibilità che la Sardegna produca i propri mangimi piuttosto che dipendere dalle importazioni di prodotti delle grandi multinazionali. Gli animali della nostra terra possiamo alimentarli noi, con le nostre risorse, che sono tantissime». E’ una persona calma, flemmatica, il sindaco di questo piccolo paese a pochi chilometri da Sassari, ma l’esperienza vissuta l’ha segnato profondamente. E vorrebbe vederci chiaro. Così come i sindaci sardi che, a fine agosto, si sono riuniti a Cagliari per fare il punto della situazione ad un mese da quelle terribili giornate e cercare di recuperare il tempo perduto per fronteggiare il problema dei roghi, la piaga che ogni estate affligge la Sardegna, incenerendone il patrimonio naturale.



«Troppi ritardi». E’ una voce forte, determinata, perentoria, quella lanciata dai primi cittadini di tanti comuni dell’Isola. E’ un invito ad una maggiore prevenzione, all’utilizzo di mezzi adeguati, all’applicazione di un piano regionale serio ed efficace. Gli amministratori hanno parlato di caos, incertezze, assenze. Hanno evidenziato gli scontri fra la giunta regionale e il responsabile della Protezione Civile, Guido Bertolaso. A mancare sono stati soprattutto l’unità di intervento, il coordinamento tra la protezione civile, i forestali regionali e le forze dell’ordine e, in alcuni casi, l’inesperienza degli operatori di soccorso messi in campo. Persone, come la signora Antonietta Delogu, 68 anni, che si è trovata coinvolta nell’incendio, vivendo sulla propria pelle la paura di quei momenti, lo confermano: «Quando le fiamme sono divampate nella nostra azienda non ero in casa. Ho sentito mio figlio al telefono che piangeva, disperato. Era in attesa dei vigili del fuoco che, al momento dell’arrivo, erano completamente impreparati e quasi privi di acqua nelle cisterne per poter agire immediatamente».



«Le negligenze sono state tante, ma alla base di tutto c’è la mancata prevenzione. Questo è il problema più grande», racconta Martino Tola, capo-squadra dell’Ente Foreste, che il 23 e il 24 luglio, insieme ad altri operai, era in mezzo ai boschi tra fiamme altissime, cercando di fronteggiarne la furia. «Né la Provincia, né i Comuni, né l’Anas, che ormai affida gli appalti ai privati, si sono impegnate abbastanza in questo senso: i cigli delle strade erano cosparsi di fieno così come i confini dei terreni delle aziende che, secondo le prescrizioni regionali antincendio, avrebbero dovuto essere completamente ripuliti. Poi, non ci si può lamentare che le squadre di intervento, attive in quasi 45 mila ettari di terreno, non fossero sufficienti».

Tre milioni di euro è stata la cifra stanziata dalla Regione per coprire i danni alla zootecnia. Per i primi tre mesi, gli allevatori avranno così la possibilità di ottenere gratuitamente i mangimi necessari per alimentare il bestiame. E’ una misura celere, decretata dall’emergenza, ma sicuramente importante quella adottata. Che, almeno per il primo periodo, placherà le richieste e le ire di quanti hanno perso tanto, in alcuni casi tutto: il bestiame, il raccolto, le attrezzature agricole. E sono costretti ad iniziare daccapo. Ora che, in alcune zone, tutto è grigio e i colori della campagna sono scomparsi. Ora che, in tante aree, la macchia mediterranea non odora più di corbezzolo. Nella speranza che qualcosa cambi. E che ognuno si assuma le proprie responsabilità. Finalmente.



Testi e Foto di Vincenzo Sassu